Il professore Ranke credette dapprima, che per gli avvenimenti di Firenze, massime per la venuta di Carlo VIII ed i successivi mutamenti nella Città, il Guicciardini si fosse valso dell'opera De bello italico di Bernardo Rucellai, dalla quale avrebbe preso anche la risposta data da Pier Capponi a Carlo VIII, alterandola però e rendendola meno verosimile. Nella seconda edizione del suo scritto, si è però avvisto che le parole: «Voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane», si ritrovavano già nella Storia Fiorentina del Guicciardini, che fu da lui scritta assai prima, cioè nel 1509. Quindi riconosce implicitamente, che le sue osservazioni hanno in questo punto perduto una parte almeno del loro valore. Egli ripete tuttavia che nella Storia d'Italia il Guicciardini si valse non poco del Rucellai; ma gli esempi che adduce son tali che provano invece quanto tenue dovette essere questa pretesa imitazione, se pure vi fu. Certe espressioni, certi giudizi sulla venuta di Carlo VIII, sulla politica di Lorenzo dei Medici e simili, si ritrovano in tutti quanti gli storici fiorentini di quel tempo, sono quasi tradizionali, e sarebbe molto difficile dire chi fu veramente il primo a pronunziarli. La verità è che il Guicciardini si valse di molti più autori che non suppone il professore Ranke. E questo si può adesso provare con certezza, come con pari certezza si può dimostrare che si valse anche di un numero infinito di documenti originali, dei quali fece uno studio accuratissimo, paziente, indefesso, il che è pur negato dall'illustre critico tedesco.
Nell'archivio di casa Guicciardini si trovano non solo più manoscritti della Storia, copiata, corretta e ricorretta moltissime volte, con lunghe cancellature e rifacimenti, ma anche quattro volumi di Memorie Storiche. Queste contengono i materiali con cui fu scritta la Storia, e da essi si vede chiaramente il modo tenuto nel comporla. Il fondamento principale della narrazione, così pel Guicciardini, come pel Machiavelli e per molti altri degli storici fiorentini più autorevoli di quel tempo, quando narravano fatti contemporanei, erano le lettere degli ambasciatori e dei commissarî[669] alla Signoria ed ai Dieci. Di esse si trovano nelle Memorie Storiche del Guicciardini estratti infiniti, che sono ricopiati e distribuiti da lui per materie e per ordine di tempo, aggiungendovi in margine continui appunti cavati dalle narrazioni degli avvenimenti stessi, fatte da altri storici. Frequentissimi sono i sunti cavati dal Capella, dal Mocenigo, dal Giovio, dal Bartolini Salimbeni,[670] da Scipione Vegio,[671] da Girolamo Borgia[672] e da molti altri. Vi sono poi altrove copiati lunghi brani di cronache; lunghi estratti dal Giovio, da Pandolfo Collenuccio, da un libro di Alessandro Nasi, che incomincia dalla battaglia di Fornuovo, e da altri coltissimi: vi sono copie di trattati, di discorsi, di capitoli d'accordi, ed ancora qualche documento originale. Per un così lungo e paziente lavoro il Guicciardini si valse evidentemente di più segretari, lavorando moltissimo egli stesso. E solo un esame accurato di questi manoscritti preziosi darà modo di fare una critica definitiva della Storia d'Italia. Un tale esame potrebbe giovare del pari a mettere in chiaro alcuni fatti storici ancora dubbi, trovandosi nelle Memorie estratti di molte lettere di ambasciatori, che ora sono perdute.
Il professore Ranke dà giustamente un gran valore ai discorsi che si leggono nella Storia del Guicciardini; ma anche in essi crede di poter trovare nuova dimostrazione di poca veracità. C'è un discorso tenuto dal gonfaloniere Soderini nel Consiglio Maggiore, quando accennò ai pericoli in cui era la Repubblica, ed al probabile ritorno dei Medici. Il Nerli, che si trovava presente quando parlò il Gonfaloniere, dice che il Guicciardini riferì elegantemente il discorso nella sua Storia. Ma il professore Ranke crede che il Nerli si sia espresso in questo modo, perchè non poteva dire: fedelmente. Infatti, egli osserva, il Nerli, parlando del discorso, dice che in esso il Soderini rese conto della sua amministrazione, ed aggiunse che allora si moveva guerra alla sua persona con lo scopo di mutare il governo, e che perciò egli era pronto a dimettersi solamente quando così volesse il popolo. Lo stesso dicono il Nardi ed altri. Invece, secondo il discorso che ci è dato nella Storia, il Soderini non rese conto dell'amministrazione, ma insistè assai sui pericoli minacciati dal probabile ritorno dei Medici. Il Guicciardini, così conclude il professore Ranke, voleva aprirsi la via a parlare di questo ritorno, e lo fece col discorso del gonfaloniere. Pensò quindi assai meno alla fedeltà storica, che alla composizione ed alla eleganza letteraria, ed il discorso riuscì infatti più elegante che veridico. — Ma le cose stanno altrimenti. La verità è che il Soderini fece allora due discorsi. Nel primo, detto dopo la congiura di Prinzivalle della Stufa, e riferito dal Nardi (Storia, vol. II, pag. 17), rese conto della sua amministrazione. Nel secondo, che fu pronunziato più tardi ed è riportato dal Guicciardini, parlò del minacciato ritorno dei Medici. Alcuni cronisti del tempo ricordano l'uno e l'altro discorso, e sulla loro scorta il Capponi, nella sua Storia della Repubblica fiorentina (vol. II, pagg. 306 e 307), li accenna distintamente; altri riportano solo uno dei due. Il Nerli ricorda il secondo, ma nel periodo stesso in cui ne parla, accenna a qualche cosa che fu detta nel primo. Il Guicciardini, che scriveva allora la storia d'Italia e non di Firenze, non si occupa del primo, ma riferisce minutamente il secondo discorso, che aveva una importanza più generale, ed in esso fa dire al Soderini solo quello che veramente disse in quella occasione. È quindi più esatto e fedele del Nerli, che però gli tributava la lode meritata.
Nel libro VIII della sua Storia (vol. IV, pag. 45), il Guicciardini ci dà un altro discorso, fatto dall'ambasciatore veneto Antonio Giustinian nel 1509, e dice di averlo fedelmente tradotto dall'originale latino. Il professore Ranke sostiene che questo discorso non può essere altro che una composizione letteraria di tempi posteriori, perchè la commissione del Giustinian non ebbe effetto, e la lettera credenziale della Repubblica veneta, scritta con un linguaggio assai più dignitoso di quello attribuito al Giustinian, si ritrovò più tardi presso i discendenti di questo. — È vero che la commissione non potè essere eseguita, perchè l'ambasciatore non fu ricevuto: ma il discorso è certamente del tempo, e fu allora creduto da molti autentico, sebbene sia da ritenerlo, come dice il Ranke, composizione letteraria di altri e non del Giustinian.[673] Una copia se ne trova nelle Carte del Machiavelli, e da essa si vede che il Guicciardini lo tradusse davvero fedelmente. Il Ricci lo copiò nel suo Priorista e ne difese l'autenticità contro gli scrittori veneti che, per patriottismo, secondo lui, la mettevano in dubbio. L'ambasciatore fiorentino a Roma ne mandò copia alla Signoria con lettera del 7 luglio 1509. Ad esso abbastanza chiaramente allude il Machiavelli nei suoi Discorsi (Lib. III, cap. 3). Fu stampato a Napoli prima ancora che il Guicciardini lo traducesse.[674] Questi adunque s'ingannò insieme col Machiavelli, col Ricci e con altri molti del suo tempo.
Il nipote del Guicciardini, che ne pubblicò la Storia, disse ciò che egli poteva saper dai manoscritti dello zio, quando affermò che questi aveva con molta cura esaminato i documenti. Il professore Ranke non vuol credergli, ed a convalidare il suo dubbio ricorda quello che il Guicciardini stesso dice d'un trattato, che avrebbe dovuto assai ben conoscere, il trattato cioè che fu fatto nel 1512 dai Fiorentini col Cardona. Esso fu pubblicato dal Fabroni nella Vita di Leone X, e non risponde punto a quanto ne dice il Guicciardini. Secondo lui, Firenze sarebbe entrata nella Lega, ed in una alleanza offensiva e difensiva con la Spagna. Ora, prosegue il Ranke, il trattato non parla della Lega, nè di un'alleanza incondizionata col re di Spagna; dice solo che i Fiorentini si obbligarono per tre anni e sei mesi a difendere il Napoletano. Non dice che si obbligarono a pagare al Vicerè le somme promesse a lui dai Medici, come afferma il Guicciardini. Ed anche ciò che questi aggiunge delle 200 lance napoletane date in servizio dei Fiorentini, e della restituzione fatta ai Medici dei loro beni, è vero solamente in parte. Il Guicciardini ci ha dunque, secondo il professore Ranke, dato un trattato immaginario, che se corrisponde a ciò che realmente avvenne, non è però esatto quanto alle condizioni assai più onorevoli che i Fiorentini avevano stipulate, e che non furono poi rispettate. Ma nella Storia d'Italia si leggono due cose ben distinte, che il professore Ranke riunisce in una, dal che nasce confusione. I Fiorentini, così dice la Storia, entrarono nella Lega e si obbligarono a pagare, secondo le promesse fatte dai Medici, quarantamila ducati al Re dei Romani, ottantamila al Vicerè per l'esercito, e ventimila per lui, in tutto centoquarantamila ducati. Queste somme furon di fatto pagate, e di esse parlano molti altri scrittori, fra cui anche il Vettori, il quale aggiunge che erano state promesse e votate dai Fiorentini prima della presa di Prato. Fecero oltre a questo, prosegue il Guicciardini, lega col re d'Aragona, con obbligazione reciproca (e questo è il trattato riportato dal Fabroni) di un certo numero di genti d'arme a difesa degli Stati, e che i Fiorentini conducessero ai loro stipendi 200 uomini d'arme dei sudditi di quel re, la quale condotta, benchè non si esprimesse, era disegnata pel marchese delle Palude (Storia d'Italia, vol. V, lib. XI, pag. 63-64). Ora se è certo che i 140,000 ducati furono pagati, è certo pure che l'entrata di Firenze nella Lega era conseguenza implicita e necessaria del ritorno dei Medici. E se si distingue, come fa il Guicciardini, tutto ciò dal trattato fatto poi col Vicerè il 12 settembre, si vedrà che anche qui la Storia è nel vero.
Il professore Ranke adduce ancora altri esempî di quelle che chiama false narrazioni del Guicciardini. La gelosia nata fra Alessandro VI, Cesare e Giovanni Borgia, a cagione di Lucrezia figlia del primo e sorella degli altri due, difficilmente si troverà, esso dice, narrata prima del Guicciardini: la fonte di questi suoi racconti sono gli epigrammi del Pontano e del Sannazzaro, alcuni accenni nelle lettere di Pietro Martire, ed un libello riportato dal Burcardo nel suo Diario. Ma Pietro Martire cadde in molti errori, nè si può dare autorità di fonti storiche ai libelli ed agli epigrammi. A tutto ciò si può rispondere che, dopo i lavori del Gregorovius, dopo i molti documenti pubblicati recentemente sui Borgia, quest'accusa non è più sostenibile. Il Guicciardini affermava quello che era stato prima di lui detto e creduto da moltissimi cronisti, da moltissimi ambasciatori italiani, le cui lettere egli consultava di continuo. Fra gli estratti di lettere e documenti che sono nelle Memorie ne troviamo sotto l'anno 1497 alcuni Ex Archivio, poi altri Ex Marcello, cioè da carte che erano presso il segretario Marcello Virgilio. Fra questi ultimi leggiamo: Giugno. La morte di Candia facta per ordine del fratello, per invidia et per la sorella (Memorie Istoriche, vol. I. Le pagine non sono regolarmente numerate). Abbiamo citato un solo esempio: ma assai grande è il numero degli appunti relativi ai Borgia, ed essi provano ad esuberanza, che se si possono ancora aver dubbi sopra molti fatti attribuiti ai Borgia, non si può certo supporre che il Guicciardini li avesse inventati o cavati solo da epigrammi e da libelli. Egli, per esempio, s'ingannò di certo nel credere che il Papa morisse dopo avere in una cena preso per sbaglio il veleno che aveva apparecchiato per un altro. I Dispacci da noi pubblicati di A. Giustinian dimostrano che il racconto è falso, e che il Papa morì invece di febbre romana. Ma anche a questo racconto del veleno credettero allora molti: lo diè per certissimo il Giovio, e nella sua Storia dei Papi vi crede lo stesso professore Ranke, il quale si dimostra tanto benevolo al Giovio, quanto è avverso al Guicciardini, che pure è assai più fedele e credibile narratore.
Il professore Ranke, venendo all'ordine generale della Storia del Guicciardini, osserva giustamente che essa segue ancora troppo la vecchia forma degli Annali. Ogni anno l'autore ricomincia da capo, ed interrompe perciò di continuo il racconto di tutti quei fatti che, principiati in un anno, finiscono nei successivi. Un tal difetto diviene assai grave, abbracciando egli una vasta serie di avvenimenti, i quali spesso rimangono tutti troncati a mezzo, per essere poi tutti ripigliati da capo. Ben è vero che il Guicciardini suole respingere alla fine di ogni anno i fatti secondari, occupandosi innanzi tutto dei principali, il che dà un certo ordine alla narrazione. E i discorsi che spesso introduce, aiutano anch'essi non poco a spiegare, ordinare e collegare fra loro gli avvenimenti. A queste giuste osservazioni del Ranke si potrebbe anche aggiungere, che la divisione in libri e capitoli non è fatta per anni o per mesi, ma assai più secondo la natura degli avvenimenti, il che aiuta non poco la connessione logica e la chiarezza. È necessario inoltre ricordare che, ad eccezione del Machiavelli, nessuno s'era allora liberato affatto dalla forma annalistica, sebbene tutti cercassero di abbandonarla. Nella sua Storia Fiorentina, che abbraccia un assai minor numero di fatti, il Guicciardini era molto meglio riuscito ad ottenere una distribuzione meno meccanica e più razionale; ma la Storia d'Italia doveva narrare una serie di avvenimenti ben più vasta, ben più intricata. La difficoltà di trovare in essi un filo conduttore, un ordine logico è tale, che neppure oggi si riesce a vincerla, e nel secolo XVI doveva essere addirittura insuperabile. Il cadere più o meno nella forma annalistica diveniva quindi inevitabile.
Ma come mai, domanda finalmente il professore Ranke, questa Storia con tanti difetti potè avere una così grande fortuna? L'ardire, egli dice, con cui il Guicciardini parla dei papi, e svela senza adulazione i disegni e le ambizioni dei principi, fu una prima causa di ciò. Ed anche questo è verissimo. Ma il parlare liberamente dei papi e dei principi è una lode che spetta a molti dei nostri storici e cronisti dei secoli XV e XVI. Era un pregio che nasceva non tanto dalla indipendenza del carattere di chi scriveva, quanto dal bisogno assai generale allora di esaminare i fatti, descriverli quali erano, cercarne, esporne le cagioni obiettivamente. Questo bisogno era nel Guicciardini maggiore che in altri del suo tempo, quantunque la vanità personale o la parte politica qualche volta gli facessero velo, come pur troppo segue all'umana natura. In sostanza però a noi par certo che come dipintore della realtà vera dei fatti storici, come espositore delle loro vere e prossime cagioni, delle vere e prossime conseguenze, egli è il primo storico in un secolo che pur n'ebbe tanti e così eminenti.
Non vi fu mai un tempo, continua il professore Ranke assai giustamente, in cui si pigliasse una parte così viva, così generale alla vita pubblica, e tanto vi si pensasse, come allora si faceva in Italia, specialmente in Firenze. Da ciò ne seguì che ogni storia particolare veniva collegata cogli avvenimenti più generali, e prendeva perciò una maggiore importanza. Un tal pregio apparisce chiaro soprattutto nei discorsi, che il Guicciardini pose nella sua Storia d'Italia. Per comprender chiaramente il valore di essa, bisogna ricordarsi che le storie italiane di quel tempo sono tutte più o meno provinciali, questa sola è davvero generale. L'autore si è finalmente liberato da ogni concetto locale, e narra i fatti d'Italia più distesamente dei fiorentini. Egli non fu mai nè municipale, nè clericale, nè legato agl'interessi ecclesiastici in modo da perdere la indipendenza del proprio spirito. Una sola di queste qualità avrebbe limitato il suo intelletto; avendole ambedue, noi troviamo in lui quella forma generale ed indipendente di giudicare gli avvenimenti, che divenne propria dello storico moderno soltanto nel secolo XVIII, ma che era stata già iniziata dal Guicciardini nel secolo XVI. La sua opera sarà perciò sempre giudicata una delle più grandi produzioni storiche che noi possediamo.
Queste considerazioni, che il professore Ranke aveva appena accennate nella prima edizione del suo lavoro, e svolge alquanto più nella seconda, rendono piena giustizia al Guicciardini, e ne determinano l'ingegno ed il valore con una penetrazioue ed una originalità degne veramente del grande critico tedesco. Questi crede però sempre, che i pregi da lui accennati si ritrovino solo nei discorsi, non già nella narrazione, nella quale non si può, secondo lui, sperare d'aver mai la verità obbiettiva dei fatti. «Nur darf man nicht in dem Buche den objectiven Thatbestand der Ereignisse in den Händen zu haben glauben» (a pag. *57 della 2ª edizione). Noi abbiamo invece cercato di provare che questa verità vi si trova, e che le accuse d'inesattezza fatte al Guicciardini assai di rado sono pienamente giustificate. Non ostante però le nostre osservazioni, ci è pur forza conchiudere che, se il professore Ranke fu in questo suo lavoro giovanile troppo avverso al Guicciardini, fu anche il primo ad indicare la vera via che bisognava tenere, per fare una critica sicura della Storia d'Italia, e che le poche considerazioni generali con cui egli conchiude, sono ammirabili davvero. Se avesse potuto vedere i manoscritti del grande storico italiano, ci avrebbe certo dato di lui un giudizio diverso, una critica compiuta e definitiva. Per ora ci resta solo a far voti che qualcuno intraprenda una nuova edizione della Storia, riscontrandola sui manoscritti, e con l'aiuto di essi ne ricerchi le fonti, e la giudichi, non con la eccessiva severità dell'illustre professore Ranke, ma pur seguendo il metodo da lui indicato.[675]