Due sono le principali accuse che in esso si muovono al Guicciardini. Quanto ai fatti di cui non fu parte o testimone oculare, egli, secondo il professore Ranke, copia largamente da altri, senza mai citarli, a segno tale che può non di rado chiamarsi plagiario. Quanto poi ai fatti di cui fu parte o testimone, spesso li narra con negligenza, continuando a copiare da altri; spesso invece li altera a disegno, per attribuire a sè stesso una parte maggiore assai e più onorevole di quella che vi ebbe veramente. Anzi qui appunto le Opere inedite confermerebbero l'accusa fatta dal professore Ranke, perchè, secondo lui, il Guicciardini raccontò nelle sue lettere e nelle legazioni alcuni avvenimenti in un modo assai diverso da ciò che fece poi nella Storia.
Cominciamo da un fatto che c'importa particolarmente, perchè è fra quelli che abbiamo narrati anche noi. Discorrendo del primo tumulto seguìto a Firenze l'anno 1527, il Guicciardini dice nella Storia, che egli fu autore dell'accordo concluso fra i cittadini assediati in Palazzo e i rappresentanti dei Medici e della Lega. Federigo da Bozzolo era uscito di là, dopo essere stato assai mal ricevuto dai cittadini, ed era perciò deciso a consigliare ai cardinali Passerini, Cibo e Ridolfi di procedere colle armi, essendosi persuaso, che non era punto difficile sforzare il Palazzo. Ma il Guicciardini lo dissuase, facendogli considerare come ciò avrebbe portato un grande spargimento di sangue, cosa che al Papa stesso sarebbe dispiaciuta. Così tornò con Federigo in Palazzo, e riuscirono a concludere un accordo scritto e firmato. Di tutto ciò egli fu prima assai lodato; ma venne poi invece da ambedue le parti accusato. Il popolo disse che il Guicciardini, dimostrando a coloro che erano chiusi in Palazzo il pericolo maggiore che non era, gli aveva, in benefizio dei Medici, indotti a cedere senza necessità. Il cardinal Passerini lo accusò invece di aver pensato più alla vita dei cittadini colà rinchiusi, e massime al fratello gonfaloniere, che all'autorità dei Medici, il cui governo poteva quel giorno essere per sempre assicurato colle armi (Storia d'Italia, vol. IX, lib. XVIII, pagg. 42-44). Ora, osserva qui il professore Ranke, nulla dicono di tutto ciò gli altri storici contemporanei, i quali danno al Guicciardini la parte assai più modesta che veramente gli spetta. I Cardinali e Federigo da Bozzolo furono quelli che vollero evitare l'uso della forza e lo spargimento di sangue. Il Guicciardini fu, come uomo di legge, chiamato solo a mettere in carta i termini dell'accordo. La sua enfatica narrazione è falsa, e viene smentita dall'Apologia dei Cappucci, scritta da Iacopo Pitti (Archivio Storico Italiano, vol. IV, parte II, anno 1843), e dal racconto che, poche ore dopo l'accaduto, il Guicciardini stesso ne faceva al Datario.
Ma quanto al Pitti, che nel 1527 aveva soli otto anni, esso fu un fautore dei Medici e del partito democratico, nemico perciò del Guicciardini, che era degli ottimati, e scrisse quando questi erano caduti in disgrazia del granduca Cosimo, che favoriva allora i democratici. L'Apologia dei Cappucci specialmente fu scritta a difesa dei democratici contro gli ottimati, massime contro il Guicciardini, che aveva perduto ogni favore, e verso di lui essa scaglia accuse d'ogni sorta, alcune delle quali sono così esagerate e goffe, che non mette neppur conto lo smentirle.
Che cosa scrisse poi il Guicciardini al Datario? In una lettera del 26 aprile 1527 (Opere inedite, vol. V, pag. 421), dopo aver narrato il tumulto, dice che il Governo sarebbe stato spacciato, se i tumultuanti, invece di chiudersi in Palazzo, avessero posto mano alle armi. Poi aggiunge, che egli e Federigo da Bozzolo andarono in Palazzo a trattare coi cittadini, «e si fece tanto che, avuto fede che fussi perdonato loro, furono contenti uscirsi di Palazzo, il quale in fatto non potevano difendere; ma mi parse che il posarla con questo modo dolce fussi beneficio della Città e dello Stato, il quale può stare più sicuro del popolo che prima, perchè si è mostrato più da poco che forse non si credeva.» Questa narrazione adunque conferma al Datario che egli, il Guicciardini, credette preferibile l'accordo, e ne fu autore; tace solamente che dovette prima persuadere di ciò Federigo da Bozzolo, a tal fine dicendogli che al Papa stesso sarebbe dispiaciuto lo spargimento di sangue. Ora se si pensa che al Papa invece dispiacque assai l'accordo, e si sarebbe, secondo afferma il Nardi, vendicato aspramente contro i Fiorentini che s'erano sollevati, se non ne fosse allora stato impedito dal sacco di Roma (Storia di Firenze, vol. II, pag. 139-41), si capirà come il Guicciardini non potesse avere nessuna ragione di far conoscere a Roma tutta la parte da lui avuta nel concludere l'accordo, e che il silenzio della sua lettera su questo punto è spiegabilissimo.
Nè si può dire che gli altri storici lo smentiscano, quando, riconoscendo la gran parte che egli ebbe nell'indurre all'accordo, tacciono i particolari di un colloquio che non potevano conoscere, perchè ebbe luogo fra lui e Federigo solamente, ed egli non poteva allora aver voglia di propalarlo. Il Nardi dice che i Cardinali temevano il tumulto, che gli assediati vedevano di non poter resistere, e quindi prestarono orecchio ai ragionamenti dell'accordo, il quale fu concluso, quando vennero in Palazzo prima Federigo da Bozzolo, poi il Guicciardini, che promisero totale oblivione (Storia, vol. II, pagg. 137-39). Il Vettori dice, che il cardinal Ridolfi ed il Guicciardini, volendo evitar l'uso della forza, mandarono in Palazzo Federigo da Bozzolo. Non essendo questi riuscito a nulla, vi tornò col Guicciardini, e conclusero l'accordo. Dopo di che egli, Vettori, fece la scritta della convenzione, la quale fu firmata dai Cardinali, dal duca d'Urbino e da messer Federigo. Questo prova che è falsa invece la narrazione del Pitti, accettata dal Ranke, la quale dice che la scritta fu fatta dal Guicciardini come uomo di legge. Il Nerli accenna il fatto assai brevemente; il Varchi scrisse assai più tardi per commissione dei Medici, e seguì il Pitti. Noi non neghiamo che, nella sua Storia d'Italia, il Guicciardini abbia qualche volta lodato un po' troppo se stesso, e che anche in questo caso adoperi un linguaggio che non è molto modesto. Ci sembra chiaro però che la sua narrazione del tumulto seguito nell'aprile 1527, non è smentita nè dagli altri storici, nè dalla sua lettera, e che non ha nulla d'inverosimile.
Ma v'ha di più. Il racconto dello storico Francesco Guicciardini è sicuramente confermato dal fratello Luigi, quegli appunto che era gonfaloniere di Firenze, e si trovava allora in Palazzo Vecchio, e poteva perciò sapere con certezza come erano andate le cose. Nel principio del secondo libro del suo Sacco di Roma, a pag. 146 (Firenze, Barbèra, 1867), che per qualche tempo fu creduto scritto da Francesco Guicciardini, egli ci dà la stessa narrazione del fatto, il che basterebbe a togliere ogni dubbio, come fu osservato da O. Waltz (Historische Zeitschrift, N. F. Bd. XLII, pagg. 207-16). E si può aggiungere che il 29 aprile 1527, gli Otto di Pratica scrivevano all'Oratore fiorentino in Venezia, «perchè ne sappi il vero appunto», che da principio, quando i fanti si mossero verso il Palazzo, si temettero gravi disordini, «di qualità che debbono di gratia che il Sig. Federico de Bozoli et messer Francesco Guicciardini s'intromettessino di operare che si perdonassi a tutti quelli che erano in Palazzo». (V. Agostino Rossi, Francesco Guicciardini e il Governo fiorentino dal 1527 al 1540. Vol. I, pagg. 16-17. Bologna, Zanichelli, 1896).
Veniamo ora ad un altro fatto, a proposito del quale il professore Ranke ripete le stesse accuse. Nel 1521 i Francesi assalirono Reggio d'Emilia, dove il Guicciardini era governatore. Di ciò egli parla a lungo nella Storia, esaltando la propria condotta. Il generale Lescut, egli scrive, si presentò una volta alle mura con 400 uomini d'arme, dicendo di voler parlare col governatore, che fu subito ad una delle porte. Il generale si dolse che nelle terre del Papa s'accogliessero i fuorusciti francesi, ed il governatore rispose esser peggio che i Francesi vi entrassero armati senza permesso. In questo mezzo alcuni soldati tentarono d'entrare per un'altra porta, che a caso era aperta, ed i Reggiani si opposero, facendo fuoco. Allargatosi il tumulto, tirarono anche contro quelli che accompagnavano il generale, ferendone qualcuno, e avrebbero tirato contro il generale stesso, se non avessero temuto di colpire il governatore che gli era vicino. I Francesi si dettero alla fuga, ed il generale ne fu sgomento; ma il Guicciardini lo ricoverò in luogo sicuro, facendogli animo, e poi lo rimandò libero. Questo egli fece, perchè aveva dato la sua parola al Lescut, e perchè aveva allora ordine dal Papa di non offendere in nulla il re di Francia.
Ora, osserva qui il Ranke nuovamente, poco dopo seguìto il fatto, il Guicciardini lo narrava in una lettera al cardinal dei Medici in modo assai diverso (Opere inedite, vol. VII, pag. 281). Nella lettera non parla nè della fuga dei Francesi, nè dello sgomento del generale, nè della generosità propria nel salvarlo. Perchè mai il Guicciardini, cui non dispiaceva certo lodare sè stesso, doveva allora tacere quello che più gli faceva onore? Abbiamo dunque un'altra invenzione dello storico mal fido, smentita dalle sue stesse parole. — Se non che anche qui la Storia spiega ampiamente il silenzio della lettera. La condotta del Guicciardini nel liberare il generale Lescut fu assai biasimata, perchè si credette allora che se egli lo avesse invece ritenuto, lo Stato di Milano si sarebbe ribellato contro i Francesi. Questa speranza, egli dice, era assai mal fondata, giacchè i Francesi che si dettero alla fuga erano pochi, ed a piccola distanza trovarono Federigo da Bozzolo con mille fanti, in modo che subito si fermarono e si riordinarono (Storia d'Italia, vol. VII, lib. XIV, pagg. 14-16). Tutto ciò dimostra chiarissimo che egli aveva avuto una ragione per non insistere molto presso il cardinale de' Medici, sulla facilità con cui avrebbe potuto ritenere il generale. Salvo però lo sgomento di questo nel vedersi abbandonato dai suoi, e l'essere stato prima messo in salvo e poi liberato dal Guicciardini, tutto il resto del racconto è nella lettera identico a quello della Storia: la resistenza fatta dai cittadini: i colpi tirati anche contro quelli che accompagnavano il generale, due dei quali morirono subito, un terzo poco dopo. Abbiamo dunque nella lettera un'altra omissione d'un particolare narrato nella Storia. Si possono fare supposizioni più o meno giustificate, ma non si può dire che la narrazione della Storia sia dimostrata falsa dalla lettera, specialmente se si pensa che il silenzio da questa serbato sopra un particolare del fatto è assai facilmente spiegato da quella.
Il professore Ranke esamina inoltre quali sono le fonti di cui il Guicciardini si valse. Questa è una ricerca importantissima, che sola può condurre ad una vera critica della Storia d'Italia. È necessario però farla compiuta, ritrovare cioè, per quanto è possibile, tutte queste fonti; giudicarne il valore intrinseco e comparativo; vedere fino a che punto ed in che modo il Guicciardini se ne valse. Ma per arrivare a ciò con sicurezza, bisognerebbe esaminare i manoscritti originali dell'autore. Da questo esame e da un paragone accurato della Storia con le legazioni e le lettere pubblicate nelle Opere inedite, risultano chiari il valore intrinseco, le molte ricerche, la grande accuratezza del Guicciardini. Sotto questo aspetto noi crediamo anzi che egli resterà sempre il primo storico del suo tempo. Ma se il professore Ranke ebbe qui il merito di avere iniziato lo studio delle fonti, egli lo cominciò quando le Opere inedite non erano pubblicate, e quando non era facile, forse non era possibile, vedere i manoscritti originali. Le sue indagini potevano quindi indicare una nuova strada, ma non essere condotte al compimento desiderato. Egli si avvide che una delle fonti del Guicciardini era la storia di Galeazzo Capra, chiamato Capella (Commentarii de rebus gestis pro restitutione Ducis Mediolanensis). Questi era stato segretario del Morone e di Francesco II Sforza; aveva visto molti documenti, aveva avuto pratica di molti uomini; poteva quindi conoscere assai bene i fatti che narrava: la sua storia, che va dal 1521 al 1530, ebbe dal 1531 al 1542 undici edizioni latine; fu subito tradotta in italiano, in tedesco e spagnuolo. Il Guicciardini di certo se ne valse assai spesso dal quattordicesimo libro della sua Storia in poi. Ma il dare troppa importanza ad un tal fatto, e credere, come fa il professore Ranke, plagiario il Guicciardini, perchè non cita la fonte di cui si vale, è, secondo noi, assai ingiusto, non solo perchè così si esagera l'uso che questi fece del Capella, ma anche perchè così non si tiene alcun conto del costume generalissimo in quei tempi, di non citare gli autori di cui si profittava. Che cosa si dovrebbe dire allora del Machiavelli e di tutti gli storici del Cinquecento, che facevano lo stesso anche più largamente? Non resterebbe salva la fama di un solo di essi. Il professore Ranke fa grandi elogi del Nardi; eppure nessuno ha copiato come lui, che riportò nella sua Storia di Firenze tutto intiero il Diario del Buonaccorsi, una sola volta citandolo e rendendogli giustizia, senza però dire che lo aveva addirittura copiato. Allora non si usava di rifar quello che si giudicava già fatto da altri abbastanza bene, e le storie di quel tempo non hanno mai una nota, mentre le nostre ne son piene.
Se si tien giusto conto di un uso così generale, si dovrà riconoscere che è eccessivamente severo il fermarsi con insistenza a provare certe somiglianze secondarie, per muoverne accusa al Guicciardini. Parlando della breccia, che nella notte precedente alla battaglia di Pavia, gl'imperiali aprirono nel muro del parco in cui erano alloggiati i Francesi, il Guicciardini dice che essa fu aperta con muratori ed eziandio con aiuto di soldati, che gettarono in terra sessanta braccia di muro. Questa frase medesima trovasi nel Capella: Per fabros lapidarios, militum etiam auxilio, sexaginta muri passus tanto silentio prostravit. Ciò pare al professore Ranke una prova che il Guicciardini copiava e copiava ciecamente, perchè il muro, egli osserva, fu abbattuto più con arieti che per opera di muratori, cosa che il Guicciardini doveva certamente sapere. Se dunque copia anche gli errori, quando si tratta di fatti che a lui dovevano essere notissimi, che cosa dobbiamo pensare dei fatti che personalmente non poteva conoscere? — A questo si può rispondere che il Guicciardini sarebbe stato di certo più esatto, se avesse detto guastatori e soldati, invece di muratori e soldati. Ma in un tempo in cui la scrupolosa esattezza moderna era ignota, errori come questi se ne trovano a migliaia negli storici più autorevoli, sia che raccolgano da altri le notizie, sia che scrivano per conoscenza propria. Il loro pregio non stava certo in una minuta esattezza, ma nella intelligenza e riproduzione vera dei fatti e dei particolari più sostanziali.