Nel secondo volume, quantunque esso abbia un carattere più generale, si ritorna a parlar dell'Ordinanza, specialmente a proposito di coloro che vollero vedere nel Machiavelli un precursore del servizio militare obbligatorio prussiano. E dimostra quanto da esso differisse l'Ordinanza, la quale, assai diversamente costituita, chiamava sotto le armi una parte sola dei cittadini. Ciò era, dice l'autore, assai pericoloso, perchè dava a questa parte una forza militare e politica preponderante. Se il pericolo non si manifestò, poteva da un momento all'altro manifestarsi. Ma qui potrebbe osservarsi che l'Hobohm non ha tenuto gran conto di un fatto che attenuava allora non poco la gravità del pericolo accennato. La fanteria, che costituiva la parte principalissima e sostanziale dell'Ordinanza, si reclutava nel Contado, nel Distretto, evitando, per quanto era possibile, le grandi città. Ora nei Comuni italiani gli abitanti della campagna erano affatto esclusi dal partecipare alla vita politica, che era confinata quasi esclusivamente nella Città dominante. Nei Consigli, nelle magistrature politiche della Repubblica entravano infatti i soli Fiorentini, anzi una parte sola di essi, i veri e propri cittadini, quelli che avevano, come allora si diceva, gli onori. Il pericolo perciò era assai minore che non sarebbe stato nelle società moderne. Esso infatti non si manifestò mai. Pericoloso pei Fiorentini sarebbe stato invece il dare le armi ad Arezzo, a Pistoia, a Pisa, ad altre città del dominio, pronte sempre a ribellarsi, sempre lacerate dalle fazioni come la stessa Firenze. Questo però non toglie che la vera attuazione del servizio militare obbligatorio non vi era possibile. Esso suppone la costituzione unitaria dello Stato moderno, la quale allora non esisteva.

Non è da credere però che queste considerazioni siano interamente sfuggite a tutti coloro che videro nel Machiavelli un precursore del servizio militare obbligatorio. Essi osservarono la sua persistente avversione alle Compagnie di ventura, la sua ammirazione pei paesi della Svizzera e della Germania, là dove il popolo si esercitava alle armi, ed era pronto alla difesa della patria. Questo egli ammirava anche presso gli antichi Romani, ed era l'esempio che raccomandava a Firenze, all'Italia. In tal senso generico si è potuto vedere qualche somiglianza fra l'Ordinanza, il servizio militare obbligatorio e gli eserciti nazionali, senza che sia possibile negare le molte differenze osservate dall'Hobohm.

Naturalmente là dove la costituzione del Comune presentava ostacoli insuperabili, bisognava deviare, ricorrere a dei ripieghi. Ma è pur vero che il Machiavelli era talmente innamorato del suo concetto fondamentale, che anche così alterato gli pareva perfetto. E quando l'Ordinanza non dette alla prova i resultati che egli se ne aspettava, non volle mai credere che ciò dipendesse dalla poca disciplina, dallo scarso esercizio nell'uso delle armi, da alcun suo intrinseco difetto, ma piuttosto dal non averla saputa attuare nel modo preciso che da lui era stato consigliato.

Il pensiero dominante del Machiavelli, osserva l'Hobohm, era che è necessario sopra tutto avere un forte Stato, e che, per averlo, occorre un forte esercito nazionale. Un tale concetto rispondeva ad un bisogno reale del suo tempo e fa un grande onore al suo patriottismo ed al suo ingegno. Ma egli era un uomo politico e non un uomo di guerra, Staatsmann aber kein Soldat (II, 147). L'arte della guerra era per lui un complemento di quella dello Stato, ed applicava ad essa lo stesso metodo, senza avere la necessaria esperienza militare. Di qui i suoi errori nella teoria e nella pratica.

Egli voleva riformare la scienza militare, valendosi della propria esperienza e di ciò che avevano fatto gli antichi, specialmente i Romani, che erano il suo perenne modello. Ma la sua esperienza militare era poco sicura, ed anche la sua conoscenza degli ordinamenti militari romani era spesso incerta, perchè non sempre riusciva a distinguere con precisione il loro diverso carattere nei diversi periodi della loro storia. Non è quindi da maravigliarsi che, sebbene facesse spesso osservazioni vere e profonde, le sue teorie militari non abbiano lasciato un germe fecondo per l'avvenire, nè siano riuscite a fondare una vera e propria scienza. Egli riconobbe che nel Rinascimento la natura degli eserciti era profondamente mutata da ciò che era stata nel Medio Evo; riconobbe la nuova importanza che in essi aveva assunto la fanteria. Non riconobbe però tutta l'importanza che doveva avere nell'avvenire la polvere da sparo, e le inevitabili conseguenze che doveva portare nella formazione degli eserciti, nella costruzione delle fortezze. Ma con tutto ciò l'Hobohm dichiara ripetutamente che, fra i molti scrittori di cose militari al suo tempo, il Machiavelli fu quello che dimostrò maggiore genio: Am Geist der Grösste (II, 30). Giunto alla fine della sua opera, l'autore, ritornando a parlare dell'Ordinanza, ripete che essa fu un sogno, che non poteva, come il Machiavelli sperava, salvare la patria dalla rovina; ma fu un sogno che lo rese degno della gloria che circonda il suo nome, In magnis voluisse sat est. E queste sono le parole con cui l'opera finisce.

Io non ho qui inteso di far altro che accennare sommariamente il giudizio generale dell'autore. Venire ai più minuti particolari non sarebbe stato opportuno in questa semplice nota.

NOTA AL CAPITOLO XIV DEL LIBRO II. (Pagg. [292-293])

Alcune osservazioni sulla Storia d'Italia di F. Guicciardini.

Noi abbiamo assai spesso incontrato il Guicciardini, e ci siamo continuamente giovati della sua Storia d'Italia; ma non ne abbiamo potuto fare un'analisi minuta, perchè ci avrebbe portato troppo in lungo, e perchè l'opera fu scritta assai dopo la morte del Machiavelli. Crediamo però di dover qui prendere in esame le osservazioni fatte dal professore Leopoldo Ranke, per l'importanza che viene ad esse dal nome illustre di chi le fece, e perchè in parte si riferiscono a fatti che noi narrammo, seguendo l'autorità del Guicciardini.

L'insigne storico di Berlino le pubblicò l'anno 1824, nella sua opera giovanile: Zur Kritik neuerer Geschichtschreiber. Allora non erano ancora venute alla luce le Opere inedite del Guicciardini. Ma se, in Italia e fuori, molti credettero di potere da queste cavar nuovo argomento a dimostrare il gran valore della Storia d'Italia, il professore Ranke invece credette trovarvi nuova conferma alle sue critiche, le quali perciò ribadiva l'anno 1874, nella seconda edizione del suo scritto, che egli riproduceva inalterato nella sostanza.