Sempre quegli eterni etimologisti pretendono far credere che Grato si chiamasse prima questa terra, ma che per una immane strage che vi fecero i Comaschi nel 1126, mutasse in quello di Malgrate il nome; non altrimenti, per l’opposto, era accaduto a Malevento ne’ primi tempi della romana repubblica che una fortunata battaglia facesse alla città cangiare il nome in Benevento, che serba tuttavia.
In Malgrate han casa gli Agudio, ed era in essa che Giuseppe Parini, ospite del canonico Candido Agudio, scriveva gran parte del suo poema Il Giorno. Anche il poeta vernacolo Balestrieri, vi fu ospite festeggiato e vi conduceva la traduzione in versi milanesi della Gerusalemme del Tasso; nè certo vi sarà rimasta muta la musa del fecondissimo abate Passeroni, che pur vi conveniva.
Nella chiesa parrocchiale, che sta nella parte più alta del paese, cerchiamovi i due bei dipinti di Cherubino Cornienti, rappresentanti l’Annunciazione della Vergine e la Natività, e vedendoli, si sente maggiore il rammarico che sì giovane ne sia stato il loro autore rapito da morte.
Lasciato Malgrate, poco avanti si vede a man destra, ed adagiata sulle pendici boscose del monte, Valmadrera. È un grosso borgo industrioso per fiorenti setificî, massime quello de’ fratelli Gavazzi, e per ottima calce che vi si cava; e l’attenzione e curiosità vi son deste per una bella chiesa, sacra a Sant’Antonio, architettata nel 1814 da Simone Cantoni, con modificazioni dell’ingegnere Bovara di Lecco, e nella quale sono affreschi pregevolissimi di Luigi Sabatelli da Firenze, che vi dipinse la visione dell’Apocalisse, ed un quadro antico del Lomazzo; un Cristo e Sant’Antonio, scolture di B. Cacciatori; e per le magnifiche villeggiature del signor Egidio e del signor Pietro Gavazzi, a non dir di qualche altra del pari interessante. Nè van dimenticate le cappelle della Via Crucis, di cui due condotte pure a buon fresco dall’egregio pittore Vitale Sala da Cernusco Lombardone, che in queste parti lasciò altre memorie del suo vigoroso pennello.
Nella chiesa, oltre i suddetti affreschi del Sabatelli, merita essere ricordato che le quattro colonne di granito, del diametro ciascuna di metri due e mezzo e dell’altezza di metri ventisette, che sorreggono il cornicione e la vôlta a mo’ di cupola o lucernario, si sono tratte da un trovante ch’era sul monte di Valmadrera, a 1200 piedi sul livello del lago, che equivale a 1854 su quello del mare.
Nella villa dei signori fratelli Gavazzi poi molte altre ragioni vi sono di curioso interesse.
A parte la bella posizione sua, che dovette indubbiamente costare assai al suo proprietario, per superare le difficoltà della roccia e l’ineguaglianza del terreno; tanto la casa, o grandioso palazzo che dir si dovrebbe, quanto il giardino, sono d’una vaghezza incomparabile. E siccome non tutto boscoso è il monte che serve di sfondo, ma v’è anche molta scogliera nuda; così tutta questa delizia si direbbe suscitata dalla magica bacchetta d’una benefica fata, e il vario genere vi crea il più grazioso contrasto.
L’arte addita nell’unito oratorio, che è una rotonda d’ordine corintio, un monumento eretto alla memoria di Giuseppe Maria Gavazzi, lodevole opera di Benedetto Cacciatori, e un quadro pure lodevolissimo di Giuseppe Sabatelli.
Nel giardino è un bel laghetto, perocchè l’acqua vi accresca vita e bellezza: vi sono profonde e spaziose grotte, chioschi eleganti e capanne da pastore, macchie d’alberelli, sabbiosi sentieri, tappeti erbosi, piante peregrine e fiori; tutto insomma disposto con meravigliosa sagacità e buon gusto.
Presso alla sala da pranzo e da essa, mediante un’acconcia vetriata, si vede il giardino detto d’inverno, dove sono adunate piante e fiori, che sappiano anche nella stagione inclemente fare di sè bella mostra. Abbandono il pensiero di venir passando in rassegna le varie peregrine vegetazioni per tema di voler parere botanico, non lo essendo. Noto per altro e le stufe opportunamente erette a grandi vetriate col sistema dell’ingegnere Balzaretti, che nel giardinaggio è veramente maestro, e la bella fontana.