Di Lecco il maglio, domator del bronzo,

Fuma dagli antri ardenti; stupefatto

Pende le reti il pescatore, ed ode.

È dunque il maglio delle officine di ferro di Castello e San Giovanni, il cui martellare mi svegliava nel religioso efebeo a’ giorni della mia adolescenza.

È, fra tutti i paesi che vedete sparpagliati in questo bel pendio fiancheggiato dal monte di San Martino e dal Resegone, che stanno Acquate all’insù, a lido Pescarenico, ove seguirono tante interessanti scene del romanzo del sommo nostro Manzoni, fatto così popolare che non v’abbia persona che, giungendo a Lecco, non s’informi d’ogni luogo in quel libro mentovato. E così pure domanda ognuno dove sia il Galeotto, bella palazzina dove il Manzoni appunto dimorò tanto tempo quando attendeva a scrivere questa sua opera d’oro, e che sta a mano destra di Lecco, a poco più d’un quarto di miglia.

Ma via, scendiamo dal battello che è approdato, tocchiamo la terra che ha tenuto parola al vaticinio di questo illustre scrittore, affrettandosi a diventare città; e la è infatti per attività di commerci, se non per ampiezza, e mettiamoci nel mercato, che già ferve da più ore.

Gentili signore e molte nostre cittadine conoscenze lo percorrono su e giù. A che mai son venuti? Quale attrattiva li ha chiamati? Non è già la brama di ammirarne le derrate e le merci esposte; chi mai ad esse ha pensato? Per quanto siano peregrine le robiole o cacini di Introbbio, che Valsássina vi spedisce, non son esse di certo per cui sono accorse. Ma per che dunque? La voga. È detto che il mercato di Lecco sia una gran cosa, massime a’ sabati d’ottobre, e ognun vi corre che stia in villa, o lungo il lago, o nel vicino Pian d’Erba, o nella restante Brianza superiore. Gli è che ognuno serve di spettacolo all’altro: giugne una carrozza, ne giugne un’altra; gli uni attendono a vederne scendere gli altri; son persone che si conoscono, che si salutano, che si stringono la mano, si baciano, si scambiano notizie e complimenti; poi a braccetto si passeggia a veder altri, poi si parla e si sparla di tutto; si ingombra il caffè; si impegna a fermarsi per la sera al teatro, che per consueto ha in autunno buona compagnia di canto; poi, se sì, si va all’albergo, il Leon d’Oro o la Croce di Malta, forniti d’ogni comodità; se no, dopo un pajo d’ore, chi rimonta in carrozza, chi riascende il vapore; gli uni vanno di qua, gli altri di là, tutti ritornano alle loro ville a diffondere alla loro volta le notizie e i pettegolezzi uditi, e a domandarsi spesso: ma infine, che cosa v’era a Lecco? Perchè vi ci si va? — e malgrado che la risposta che ognuno si dà a sè stesso non contenga grande costrutto, pure il sabato successivo vi si ritorna. Andatevi dunque anche voi, o miei cortesi lettori.

ESCURSIONE VENTESIMAQUARTA. VALMADRERA.

Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. — Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le Cappelle della Via Crucis. — La villa del signor Egidio Gavazzi. — La villa del signor Pietro Gavazzi.

Essendomi proposto di condurre il mio lettore dal lago di Como al Pian d’Erba, dopo il mercato di Lecco non l’obbligherò a rifar la via del lago; ma traversatolo in carrozza sul bel ponte di sotto il quale esce l’Adda, volgiam verso Malgrate che fronteggia Lecco, dove sono belle ville, e il colle o promontorio che si spinge nel lago, il qual si mostra tutto verdeggiante pei giardini che vi si adagiano. Sul vertice di esso si signoreggia tutto il vaghissimo territorio; e presso vi sono sparse altre case signorili e ville, e il tenere de’ Fate-bene-fratelli di Milano, che qui, come a Valmadrera, vi ereditarono dai Mandelli.