Prima di lasciare Galbiate, decifriamo la lapide che si vede sulla piazza della chiesa.

Essa suona così:

Libertas
Quæ toto non bene venditur auro
Labore lite prætio parta
Galbiatensi viciniæ ac finitimis oppidis
Regia concessione firmata tandem arrisit
Felix dies XVII junii anni MDCLXXI.
Que infeudationis ac omnis inferioris judicii
excusso onere
Populus hic sub potentiss. regis Hispaniarum
Vicaria potestate nempe mediolanensis Senatus
Se immediate redegit.
Tantæ exemptionis memoriæ
Quam Francisci Georgii Ottolini
Regiæ ducalis Cameræ notarii
Autentica scripta privatim asservant
Hujus lapidis retentivæ custodiæ
Publice resignantur
Die XVIII septembris anno MDCLXXI[28].

Così impariamo che Galbiate, ch’era una volta dipendenza del feudatario della Pieve d’Oggionno, ebbe a comperare a’ 17 giugno 1671 la propria emancipazione.

Ora ripigliamo la strada pel monte Baro. Essa è montuosa, ma non aspra, e presto vi si arriva.

Figuratevi quanto s’esercitasse l’erudizione intorno a questo monte! S’è detto prima che su questa sua vetta, dove noi ci troviamo adesso, vi fosse nientemeno che una città e che questa si denominasse Bara, i cui abitanti andassero poi a fondare Bergamo. Gli è tutto un sogno codesto, chè nulla rimase che dia presa soltanto ad argomentare che qualche fondamento avesse di verità, dove s’eccettui il nome del monte. Ma pure i barbassori che misero innanzi tal fiaba, sono nientemeno che Plinio il Vecchio, il quale per altro ciò afferma sulla fede di un vecchio autore, che dice essere Catone. E a Bara e da’ suoi abitatori si vuole discesa tutta la famiglia briantea.

Non so poi davvero di qual ragione possa valere a rafforzare questa pretesa la tradizione di quella vecchia e rozza effigie che si venerava quassù, e che essendosi tentata da’ divoti di rimovere, onde porla in luogo più dicevole ed accessibile, non solo non vi riuscirono, ma rimasero colpiti da cecità. Ciò riferirebbesi ad êra cristiana. Quella effigie fu rivolta a culto cristiano, e quei di Galbiate vi eressero anzi una chiesa, nel 1480, che poi ebbero i Francescani, i quali vi studiarono la riforma del loro ordine, e vi stettero finchè Giuseppe II, nel 1810, volle sbarazzarsi di frati e di conventi.

Qui sul monte vuolsi ancora che re Desiderio vi avesse una rôcca; e qui davanti alla chiesa, non fan più di quattr’anni, che in quel pozzo che vi si vede, precipitasse un’inconscia fanciulla, credendo riparare entro il recinto di muro dalla furia d’una buféra. Dicono vi rimanesse inavvertita ben sette giorni, a capo de’ quali, venuti per cagion d’una festa gli apparatori e udendo ascendere da quella profondità un gemito, calati dentro vi rinvenissero viva ancora, sebbene intirizzita, la poveretta che sopravisse con meraviglia di tutti.

La vista da questa altura è maravigliosa, più che per la sua estensione — perchè da oriente è arrestata dalle vette de’ monti che le stanno in faccia, — per la sua vaghezza. Le digradanti colline che le stan sotto, i laghi che sembrano gli bacino i piedi, quel di Lecco e l’Adda da una parte, e quei di Oggionno e d’Annone dall’altra; gli altri leggiadri bacini, la miriade di paeselli e di casali disseminati per la valle dell’Adda e dell’Éupili, prestano allo sguardo uno di que’ panorami che a parole mal si sanno descrivere.

Una bella selva di faggi sussiste ancora, entro cui i buoni Francescani s’erano aperta un’incantevole via, che se serviva di delizioso passeggio a que’ frati, or vale a riposo di chi pellegrina a questa vetta.