Fu su questo lago che, nel 1820, per la prima volta in Italia fu visto un battello a vapore; ma al sospettoso governo d’allora, a quel governo che giunse a farmi sul serio un processo criminale nel 1855, per perturbazione della pubblica tranquillità contro il nesso politico dell’impero (!), per avere scritto che il finale del terzo atto del Profeta di Meyerbeer era una ladra cosa, essendosi capito ch’io aveva voluto alludere all’inno nazionale austriaco di Haydn, da cui quel finale aveva tolto qualche nota; a quel governo parve che il battello a vapore potesse essere invece qualche macchinazione che coprisse mene di carbonari; e il battello un bel dì fu riportato via.

La scienza ha intorno a questo lago fatto qualche scoperta importante. Da un opuscolo pubblicato da quel dotto naturalista che è Antonio Villa, e che ha per titolo: Gite malacologiche e geologiche nella Brianza e nei dintorni di Lecco, negli Atti della Società italiana di scienze naturali (vol. IV, fasc. 6, 1863); non che dal Fotografo del 2 agosto 1856, in un articolo dei fratelli Antonio e G. B. Villa, rilevai come nella torba di Bosisio venne trovata dal signor Federico Landriani, alla profondità di circa tre metri dalla superficie, una scure riferibile, secondo l’archeologo prof. Biondelli, ai tempi del primo secolo dell’Impero Romano, di buon metallo e ben lavorato; e meglio ancora si rinvennero diverse punte di freccia, dell’epoca dei Galli Celti, di silice, e quindi della più remota antichità, quando cioè ancora non si conosceva l’arte di lavorare in ferro. Freccie di pietra silice si rinvennero anche nelle torbiere del lago, nel luogo detto Comarchia, assieme ad altri arnesi; e l’abate prof. Antonio Stoppani, presso a quest’Isola de’ Cipressi, nello stesso bacino del lago, trovò indizi di palafitte, ciò che potrà fornir lume a chi s’intrattiene intorno alle abitazioni lacustri degli antichi popoli.

A capo del lago siede la terra di Pusiano. Il palazzo che vi si vede d’una architettura secentista, apparteneva ai marchesi Carpani; poi fu comperato dall’Arciduca Ferdinando d’Austria, che di questi luoghi si piaceva e vi veniva a villeggiare; e da ultimo venne alle mani de’ signori Conti, che vi aprirono una capace filanda. Apparteneva ad essi anche il lago, dal quale ho già detto esce il Lambro presso Mojana, che poco prima vi si era intromesso, ed ora è stato acquistato dal Comune di Bosisio.

Altro d’interessante non saprei trovare in Pusiano oltre i suoi bellissimi dintorni, dove non fosse che per segnalare la buona fede e l’ignoranza de’ suoi terrieri sfruttata da’ chiesastri, che alle spalle d’una Teresotta, volgarmente conosciuta sotto il nome di Calimera e d’una sua sorella, Angiolina, che danno a bere d’essere ispirate da Dio, e tenute per sante, le si lasciano catechizzare in piazza e nella parrocchia, e per le quali traggono credenzoni da tante parti a portarvi regali e denaro, che scialano in pranzi ed in gallorie. Qual meraviglia allora che ivi pure si creda alla ciurmeria d’un’altra santocchia, nomata Peppinetta, che fa credere di vivere senza bisogno di nutrimento? Di queste tre, la più astuta è la santa Calimera (la serva del Curato), e come tale è anche la prediletta, ed ogni anno viene, con pubblica solennità, sposata a Gesù Cristo. Ella è poi quella che ha saputo e sa infondere tale fanatismo nelle masse ignoranti, che guai a chi osasse dir male di lei: quello sarebbe un uomo perduto, come lo fu un certo Bosisio, di Morchiuso, che, ad istigazione degli aderenti di quella santa, molti vogliono che sia stato ammazzato in mezzo ad una campagna, quantunque i partigiani della santa andassero, come vanno tuttavia gridando che sia morto di coléra fulminante. Tanto è vero quanto cantò Lucrezio:

Religio peperit scelerosa atque impia facta.

Compirò il quadro della superstizione che qui ha attecchito, riferendo i particolari fornitimi da un mio caro amico della processione del Venerdì Santo, da lui veduta nell’anno 1870, e che ha la somiglianza tutta d’una indecente mascherata.

La processione veniva aperta da un picchetto di guardia nazionale, che a giusto titolo dovrebbe chiamarsi guardia del sepolcro, perocchè all’infuori di questo giorno essa non esista che sui ruoli. — La musica d’Asso, dall’uniforme inglese, dalle spalline di maggiore, dall’elmo polacco e dalla durlindana di dragone, la seguiva facendo risuonare l’aere di mesti concenti e di marcie funebri. — Subito dopo veniva la Confraternita di bianco e rosso vestita, tenendosi in mezzo qual prigioniero un eremita, che, mi si dice, rappresenti S. Miro. — Poi una miriade di angioletti, portanti ciascuno una lunga asta, in cima alla quale vi sono i diversi arnesi della passione, vale a dire, tamburo, dadi, martello, tenaglie, chiodi, corona di spine, spugna, ecc. ecc., insomma una bottega ambulante di giocattoli. — Coperta la faccia di un fitto velo, ed a piedi nudi imbrattati di fango, e di qualche altra cosa, un ex gendarme austriaco faceva da Cireneo, portandosi sulle spalle una pesantissima croce.

Qui faccio una digressione per dire che per avere l’onore di rappresentare il Cireneo e portare la croce, si tiene un’asta pubblica, che in quest’anno subì un forte ribasso, e fruttò alla Santa Bottega soltanto L. 5.20, ultima offerta fatta dall’ex gendarme, mentre l’anno antecedente fu deliberata ad un pizzicagnolo per lire 20.

Ora torniamo alla processione. — Il Cireneo ex gendarme, che un tempo scortava gli altri, quel venerdì era egli scortato da molti Giudei, faccie proibite, dalla barba posticcia, e vestiti alla spagnuola con elmo romano, meno uno che invece dell’elmo ha creduto meglio mettersi un kepì della nostra artiglieria. Alcuni di questi moderni Giudei tenevano le loro lancie rivolte con posa comica, mimica e tragica al Cireneo, nella tema che fuggisse per le campagne col dolce peso dei due travi formanti una croce; ed il rimanente appuntava le proprie lancie contro un uomo tutto vestito di rosso, dai capegli e barba di canapa, dai piedi scalzi trascinantesi una grossa catena, che, se non vado errato, doveva essere tolta poche ore prima dalla greppia di una stalla. Costui raffigurava il Cristo che saliva il Golgota, ma non era il Cristo falegname, bensì un Cristo ciabattino.

Seguiva il Cristo un’altra Confraternita con alla testa S. Carlo in abito vescovile ed armato di pastorale. Alla Confraternita tenevan dietro alcuni vessilli neri, ed il Velo del tempio, portati da uomini vestiti in nero.