Eccovi questa villa che è al di là della strada: è la Zuccotta e appartiene al signor Giovan Battista Brambilla, banchiere di Milano. Innanzi ad essa sarei tratto a farvi un po’ di maldicenza, non a danno del suo ultimo possessore, ma a beneficio del suo antecessore, sempre nell’interesse della storia; ma preferisco rimandarvi a quel libretto divertentissimo che dettò quello svegliato ingegno di Defendente Sacchi, molti e molti anni fa, allorchè la Zuccotta era venuta alle mani di quel furbissimo abate che fu il professore Pietro Configliachi. Il libretto ha per titolo I tre Simili, e ci dice come qualmente la villa la Zuccotta, acquistata co’ danari d’una signora, rimanesse invece con mirabile artificio proprietà dello abate. L’è tutta una rappresentazione di prestidigitazione da disgradare Cagliostro. A’ tempi in cui usciva questa storia per le stampe, gli Austriaci erano qui nell’apogeo della loro dominazione; epperò dovette stamparsi alla macchia e passarsi dall’uno all’altro, quasi un numero rivoluzionario della Giovine Italia.
Questa villa era stata edificata dai signori Volpi; il Configliachi, da uomo di sottile ingegno, ne l’aveva di molto abbellita; ma chi la ridusse alla vaghezza d’oggidì fu l’odierno proprietario di essa signor Brambilla, che elevandola fino al sommo della collina e occupando parte del Cereseto, che il Cantù dice lodato per fichi squisiti, la fece tra le migliori onde il lago si pompeggia. Quivi accolse oggetti di pittura e di scultura, e deve essere per lui di non poca soddisfazione nel vederli innanzi a sè, ripensare che ognun di essi rappresenta una commissione da lui data a questo o a quell’artista, e da lui data in tempo, quando cioè può valere altresì a beneficenza. Queste cose sono omai così poco e da’ pochi comprese, che rilevarle, per lo scrittore è un dovere.
Più avanti il medesimo signor Brambilla, traendo partito da qualche spazio concessogli dal capriccioso lago, fabbricò un bellissimo palazzino, che, in omaggio al Titano d’Italia, intolò Caprera, e non è a dirsi come lo fornisse d’elegante suppellettile. L’una sola di queste ville oh come appagherebbe le aspirazioni di molti! Ora essa divenne proprietà del ricchissimo signor Loria, che la grande fortuna ammassata ne’ commerci in Egitto sfrutta degnamente fra noi. Il suo palazzo di Milano è tra le migliori e suntuose opere architettoniche del nostro tempo.
Dalla Caprera alla Tavernola, già degli Stagnoli, ora di proprietario tedesco, non corrono che pochi passi. Quivi è facile trovare chi vi affitti, se bramate gustarvi gli ozî lacuali, molto più poi che ora vi si è stabilito un albergo. Il luogo è bello, comoda la casa, proprie le suppellettili, splendide le vicinanze. Non sarà certo inopportuna questa mia designazione. Essa venne architettata da quel valoroso che è il Tatti.
La villa Gonzales vi succede. Sorge a testimonio di quanto possa l’ingegno anche sopra la nascita e l’educazione di convenzione. Il Gonzales, datosi agli appalti e fattosi più volte milionario, qui si aveva preparato deliziosissimi ozî e riposi dalle annuali fatiche. Spiegò il gusto de’ gran signori dalla natività: le sue allogazioni artistiche non sono state mai a casaccio, ma presiedute dalla intelligenza. Il Fasanotti, principe de’ nostri paesisti, della villa del Gonzales fece uno de’ soliti suoi capolavori. Fu l’onore allora della pubblica mostra di belle arti di Brera; ora lo è della superba casa del signor Gonzales. Fra gli altri molti oggetti d’arte che vi accolse, evvi il bellissimo Ismaele dello Strazza e un bel quadro di Sebastiano De Albertis, raffigurante la morte del capitano De Cristoforis, avvenuta nella fazione di S. Fermo già ricordata. Ma, tanta delizia, contro la comune aspettazione, ora da lui fu ceduta a ricco straniero; tanto è vero che l’uomo propone e Iddio dispone.
Poi la villa Bignami, eseguita dietro disegno dell’architetto Clerichetti, e basta per dirla di buona architettura; e quindi la Cima, che deve la sua esistenza al generale Pino, di cui dissi già addietro e avrò a dire nella prossima escursione ancora. Fu in questa villa che quel famoso vi moriva nell’anno 1826.
Dietro di queste ultime ville, al di là della strada carrozzabile, che ho già sopra ricordata, presso il torrente della Breggia, che passando nella Vall’Intelvi, viene presto a buttarsi nel lago, una graziosa villetta, che per me ha grandissimo valore, attrae il vostro sguardo. Tersicore vorrebbe esser detta, perocchè essa appartenga al suo più celebre sacerdote vivente, a Carlo Blasis vuo’ dire, che congiuntamente a quella somma artista che fu Annunziata Ramaccini, che gli è compagna, portò la R. scuola di perfezionamento di ballo di Milano a quell’altezza e fama che ognun sa. Nel Blasis l’insegnamento egregio non fu l’effetto soltanto delle tecniche nozioni apprese alla sua volta in giovinezza, ma il frutto altresì di quella coltura onde erudì lo spirito, e delle dottrine estetiche nelle quali è maestro e per le quali potè donare alle lettere e all’arte sua un preziosissimo Manuale della danza, un filosofico volume Sull’uomo fisico intellettuale e morale, e infinità d’altri lavori di scienza e di erudizione, che il resero l’indispensabile collaboratore di non so quanti giornali artistici italiani ed esteri.
Mi conceda il lettore che io dedichi all’amico la versione d’un enfatico carme latino che il direttore del Propagateur du Var, Dario De Rossi, pubblicava in onore di lui. È sì raro che periodici francesi riconoscano il merito de’ nostri, che chi legge avrà caro che le pagine di prosa ora alterni con versi che sì onorevolmente testimoniano d’un nostro concittadino.
Non mai, se il dolce di Calliope labbro
Mi sorridesse, o da Polinnia il dotto