Se il Bisbin mette il cappello,
Corri a prendere l’ombrello;
così avvertono, a mo’ di sentenza, quelli del luogo.
Sulle sue pendici seggono le grosse terre di Piazza e di Rovenna, dove è anche una bella chiesa e dove, non ricordo in qual tempo dell’anno, è una sagra a cui corre gran gente, ma più ancora al Santuario sulla vetta.
Più in su è il Pertugio della Volpe.
La vista che al di fuori ci si offre è incantevole: valeva la pena di venirvi. Ma descrivervi il panorama non mi calza, da che la descrizione è esaurita per chi montò sul Generoso. Tuttavia a chi non garba il maggior incomodo di salire fin lassù, questa vista del Pertugio della Volpe lo paga certo del minor disturbo.
Entriamo adesso. È una grotta che s’addentra assai e assai: i banchi calcarei che vi sorgono e la rendono ineguale, vi palliano la lunghezza. Fu misurata novecento metri: sarà vero? Io non mi sto fra coloro che si mostran troppo increduli, nè mi voglio, San Tomaso novello, metter la mano a sindacare. Parmi migliore civiltà arrendermi a chi me la spara grossa... e saran dunque novecento metri di lunghezza, e voi credetevi, o lettori; e se no, pigliatevi il gomitolo del villano di Barnabò Visconti e misuratela a vostro talento.
Vuolsi ricca questa grotta — alla quale per avventura qualche volpe snidata ha dato il nome — di alabastri venati; ma già questi monti che fiancheggiano il vaghissimo Lario sono sì larghi depositari di marmi e pietre che interessano il naturalista e lo speculatore, che se n’avrebbero a scrivere volumi. Intanto godono gran rinomanza il marmo bianco di Olgiasca che prolungasi sulla riva opposta del lago, ove presso Musso già esistevane una cava; quello nero di Varenna; la pietra di Moltrasio che riducesi anche a lamine sottili per grondaie di tetti e pavimenti; le lumachelle della Tremezzina e il sarizzo che ho testè accennato, e il marmo bindellino che è nel letto del Varrone, e moltissimi sassi calcari che alimentano attivissime fornaci.
E qui basti e discendiamo, perchè l’ora si fa tarda.