E prima di tutto non lasciamoci passare queste altre che ci conducono alla nostra meta; esse hanno tutto l’interesse al nostro sguardo: eleganti, graziose ne accivettano a far omaggio anzitutto alla bellezza, poi a monsignor Milione.
La prima è rappresentata nella villa Bolognini, dalla più leggiadra e graziosa creatura, cui stia a maraviglia sulla bellissima testa la corona ducale; la madre sua, divenuta principessa, ebbe la dedica d’un magnifico romanzo di Balzac, in cui le è dato tributo altresì di spirito, e quel messere in fatto di spirito poteva ben essere giudice competente.
Ma qui ci troviamo in Cernobbio: una parola del paese.
Il nome di esso lo si fa derivare da cœnobium, cenobio, da un monastero che v’era di cluniacensi, e credo che sia una delle migliori e incontrovertibili etimologie. Ai cluniacensi succedettero le monache; ma sembra che l’aria del lago e queste naturali maraviglie delle sue rive rendano infiammabili gli animi, ardenti i cuori, e che le povere recluse fossero facilmente spinte a voluttà e gusti poco ascetici, se non soltanto qui, ma anche altrove, come vedremo, l’autorità regia, o l’ecclesiastica, se ne dovette ingerire e mandarle a menare quella vita altrove. Le monachelle di Cernobbio furono cacciate dal loro ridente soggiorno da quel nemico di cocolle e di veli che fu Giuseppe II.
La cronaca ha serbato memoria d’un solo avvenimento di questa borgata, che pare dovesse essere un tempo più popolosa e forte. Narrasi che nel 1433 alcuni uomini di Cernobbio fossero stati tratti per debiti nelle carceri di Bellagio; che ad altri loro conterranei fosse entrato il ruzzolo di liberarneli, e là recatisi di cheto, ne li avessero cavati a forza. Era duca di Milano allora quel prepotente di Filippo Maria Visconti, il marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, che, avuto sentore appena dell’avvenimento, mandò ad istituire il processo, sperando scoprire i colpevoli; ma poichè la sapienza di quegli inquisitori non giunse a darli nelle mani, il Visconti fece sommaria vendetta, desolando tutta la terra di Cernobbio, ch’era assai più industriosa, e consegnando alle forche quanti avevano osato opporgli resistenza.
L’industria maggiore de’ suoi abitanti è in oggi la pesca e i nauli, guidando essi cioè le imbarcazioni de’ molti che affluiscono a bearsi delle delizie del Lario, ed eseguendo i trasporti di pietre, calce e derrate.
Ho dato omaggio alla bellezza: ora alla ricchezza.
Questa è rappresentata in Cernobbio dalle due ville dei banchieri Lejnati e Belinzaghi, che vi raccolsero in esse tutte le opportune comodità della vita.
Più oltre un cancello vi annuncia il parco della Villa d’Este.
Il cardinal Gallio, che si pretende nato in Cernobbio, fabbricò questa villa che è fra le più grandi e sontuose del lago; tanto così che or fan due anni l’imperatrice di tutte le Russie vi trovava comodo albergo. Passò di poi in proprietà ai conti Calderari, onde da Garrovo, che si chiamava dapprima, si nomò poscia da essi, infino al dì che Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, principessa di Galles, venuta in Italia nell’anno 1816, eleggendola a propria stanza, vi impose il nome di Villa d’Este, che le rimane ancora.