Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. — Il cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. — Descrizione. — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. — Questioni geologiche. — Paleontologia. — Gallerie o pozzi scoperti dopo. — La discesa.

I.

Per l’escursione attuale mi risparmio la fatica d’intrattenervi del Buco dell’Orso con nuovo scritto: parmi ne dirà meglio quello che ne dettai nell’anno 1864, quando, come già feci sapere, essendo ospite ad Urio, consegnai nel seguente articolo le impressioni in me prodotte e le analoghe osservazioni. Doveano essere allora sì pochi i giorni che m’eran dati ai riposi autunnali, che neppure avevo fatto conto di procacciarmi questi nuovi e studiosi ricreamenti, a’ quali or chiamo a parte il lettore.

Dopo le fatiche autunnali, qui venuto a ragion solo di riposo, a me sarebbe bastato il solo aspetto di questo tranquillo lago, sospinto nelle ore mattutine verso Como dall’immanchevole soffio del Tivano e nelle ore pomeridiane di colà respinto dalla Breva, quasi a giovamento delle cento vele che riconducono a’ paeselli delle riviere chi è corso per la mercanzia alla città; sarebbe bastata la voluttà di scivolarne la piana superficie sul burchio o sul canotto, mollemente adagiato in traccia della curiosa emozione che vi dà l’onda agitata, come la lasciano i piroscafi percorrenti la lunghezza del lago; sarebbe bastato in una parola il dolce far niente che ha sì recondite dolcezze per chi tutto l’anno si trova nel mare magnum della città, perchè potessi dire ottimamente impiegati i pochi giorni concessi; ma pure distrazione novella, impreveduta mi attendeva. Lascerò ora i simpatici ritrovi di parecchie ville che mi si dischiusero amicamente e che valsero tanto a ingannare deliziosamente le ore della sera, lunghe, interminabili alla campagna; lascerò le danze e le musiche da cui eran bandite le ricercate toalette, e piuttosto vi dirò di quella spedizione che feci in allegra compagnia al Buco dell’Orso, spedizione che interessa tanto il profano, quanto chi si piace di geologiche novità.

II.

A noi fu guida in questa alpestre escursione il bravo dottor Giuseppe Casella, medico condotto di Laglio e d’altre terre vicine.

Chi sa quanti nell’udire tal nome si rammenteranno di giorni amenamente passati sul Lario! Perocchè il dottore Casella, colto e socievole quant’altri mai, è una vera fortuna per quanti passano i bei giorni di ottobre ne’ paesi di questo incantevole bacino: egli direbbesi il tratto d’unione fra l’una famiglia e l’altra, l’autore de’ progetti di gite e di comitive; senza lui non seguirebbero le ilari carovane che pellegrinano al Piano del Tivano; senza lui infine non avremmo compiuta l’ascesa al Buco dell’Orso.

Egli aveva data la posta alle varie famiglie villeggianti ad Urio, Carate e Laglio per la mattina del 5 d’ottobre al paese di Torrigia: si diceva che le leggiadre signore, che avrebbero fatto parte della brigata, sarebbero venute in abito d’amazzone, perocchè i greppi su cui avevasi a inerpicare, le boscaglie che si dovevano transitare avrebbero dilaniato crinolini e gonne, e di ciò pure ci ripromettevamo spettacolo sollazzevole; ma di questo fummo compiutamente delusi: al mattino ci trovammo al convegno in una ventina soltanto, le amazzoni brillarono per la loro assenza: una sola non era mancata, ma il suo costume,... di vestiario... ah! il suo costume non era quello che avevamo vagheggiato.

Il dottor Casella diè il segno della partenza e ci precedette, e noi ci difilammo dietro a lui. Difilammo è la parola sola che conviene, perocchè non appena usciti di Torrigia fosse mestieri mettersi per l’angusto sentiero de’ monti. Presto una viuzza di ciottoli e di pietruzze acuminate provò il nostro coraggio, perchè difficilmente vi si potesse reggere; ma vinte le prime scabrosità, si ascese liberamente per le mille anfrattuosità di quella montagna. E qui notiamo, poichè ne viene il destro, come sia questa di roccia calcarea bigia azzurrognola, continuazione più o meno eguale di quella che incomincia appena fuor di Cernobbio e si prolunga fino all’insù del lago, costituita di tante sovrapposizioni o grosse lastre dello spessore talvolta d’oltre il mezzo metro, che valgono assai opportunamente alle costruzioni, sostituendo la materia laterizia con moltissimo vantaggio di resistenza e di spesa[17]. L’ombra e la frescura vi è procurata dai frequenti castani isolati o da macchioni, che vedevamo da montanine e garzonetti flagellati per farne cadere i già maturi frutti. Fuor di costoro non eran rotti que’ solenni silenzi che dalla lontana campanella delle capre che scorazzavano per i più alti dirupi, o dalla monotona cantilena delle fanciulle che pascolavano su qualche altipiano le loro magre giovenche. A tratti noi sostavamo a ripigliar lena, ad attendere i più tardi e ad ammirare i maravigliosi punti prospettici che ci si venivano mano mano presentando. Di fronte vedevamo il villaggio di Careno, più su quello di Zelbio, a destra Lemna, Molina e l’orrido suo, a manca Nesso e la punta di Cavagnola, e quando, voltandosi alquanto a manca la montuosa via, noi riguardavamo in basso, scorgevamo Brienno e più in là Argegno, il capoluogo della Valle Intelvi, e quei paeselli eziandio che dal greco nome accusano quali colonie vi stanziassero un giorno.

Una colonna di denso fumo dal mezzo del lago svolgevasi lungamente per l’aere e pareva come una nuvola leggiera adagiarsi sulla costiera che ne stava dirimpetto, e noi seguendola coll’occhio potemmo appena distinguere ch’essa liberavasi da uno dei battelli a vapore che in quell’ora drizzava la prua verso la punta di Torrigia, perocchè noi dovessimo essere in quell’istante a seicento metri sopra il livello del lago.