Detto delle sorti di questo castellotto che meritamente servì a novellieri e romanzieri di largo e fantastico tema, avanzando, s’entra nel territorio delle Tre Pievi, che comprendeva nella sua giurisdizione Dongo, Gravedona e Sórico, e che ne’ tempi medievali costituiva di per sè una piccola repubblica, è vero, ma tale da sapersi far rispettare. E la piccola repubblica ebbe pure l’istoriografo suo nel vivace Rebuschini.
Seguendo il parco dei signori Manzi che abbiam veduto a’ piedi delle rovine del castel di Musso, perveniamo in mezzo al seno dove sorge il palazzo di questi medesimi signori e dove siede il paese di Dongo. Altre case signorili qui vi sono, fra cui quella dei Polti: il vescovo di Como vi ha pure la sua villeggiatura, acquistata avendo il vescovo Romanò la villa che già fu di Antonio Cossoni, discendente di quel fra Daniele Cossoni che fu ministro di Filippo IV di Spagna.
Qui villeggiava il notajo Sormani di Milano, che si ebbe a’ nostri giorni la maggior riputazione e clientela, ed al quale i figliuoli eressero nella parrocchiale di Santo Stefano un monumento. In questa chiesa vi sono anche mediocri statue del Salterio; affreschi di Giovan Mauro, Gian Battista e Marco della Rovere, detti i Fiamminghini, vi sono nell’altra chiesa di Santa Maria.
Nella vicina valle dell’Albano vi sono ricche miniere di ferro e le si dan scoperte da un Giacomo di Desio nel 1460, che un’altra pure discoperse di rame presso Barbignano.
Nell’archivio de’ Trivulzio di Milano leggesi un documento in cui è scritto che lo stesso Giacomo di Desio rinvenisse in questa valle massi di smeraldo e di rubino, forse schisto di color verde e qualche pirite di rame, certo non di quella grossezza nè tale da farne tavole e colonne; onde in benemerenza il duca gli assegnasse dieci scudi il mese di pensione, purchè quelle pietre ad altri non offerisse prima che a lui, per un prezzo da misurarsi a norma di loro volume; diritto poi da esso duca ceduto al maresciallo Gian Giacomo Trivulzio.
Colle miniere era facile immaginare che presto vi si sarebbero stabiliti forni fusorî, e infatti furono attivati nel 1465 e furono per lungo tempo posseduti dai conti Giuliani di Milano.
I Rubini per altro li acquistarono nel 1790 e vi portarono tali miglioramenti e incremento all’industria, da poter modellare la ghisa. Ma più ancora questa industria s’avantaggiò, quando nel 1839 venne costituita la società Rubini, Scalini e C. che le diè più ampio svolgimento; per modo che se ne’ primi quarant’anni del secolo producevano le cave per circa cinquantamila pesi, ora può dirsi che siasi il ricavo portato a diecimila quintali, di cui un terzo di ghisa, occupandovisi ben quattrocento operai.
Visitare queste ferriere deve essere un amenissimo scopo di escursione a chiunque, sia per chi di questa industria sia intelligente, sia per qualsiasi profano che pur si interessi all’attivo lavoro ed al curioso processo, onde la roccia si tritura, il metallo si fonde, si schiumano le scorie, e poi l’incandescente e liquido ferro trabocca e si distende come un igneo torrente per le diverse forme che gli si vogliano far assumere e che raffreddandosi ritiene.
Quelle terre che si mostrano sopra Dongo non sono indegne d’essere visitate per chi ama l’arte. Perocchè a Garzeno v’abbian pitture di Giovanni della Rovere suddetto, altro de’ Fiamminghini; ed a Brenzio ve n’abbian molte di Isidoro Bianchi da Campione, celebre pittore, allievo di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, e parecchie pure de’ Fiamminghini.
D’una particolarità ancora di questo monte, alle cui pendici è Dongo, intratterò, e poi per questa escursione imporrò freno allo scilinguagnolo; ed è che le sue donne, per un voto fatto nella peste del secolo XVI, vestono da cappuccine, quantunque abbelliscano il grossolano costume di ricche cinture e finissime trine. Queste contigie non vietano che attraggano la curiosità di chi visita la montagna, e che loro si dia il nome di frate, appunto per il fratesco abbigliamento.