Mentre passando per costì ci approssimavamo a questo Sasso, più d’uno mi chiese perchè rancio lo si nomasse, e mi tornò facile il darne la spiegazione: il colore che tutto copre questa parte di monte è prodotto dall’ocra di ferro che si contiene nella roccia e che infatti vien cavato in copia a Gaeta, lì presso. Una signora, che aveva di recente letto il sentimentale romanzo di Davide Bertolotti, che si intitola appunto Il Sasso rancio, spiegò allora la sua erudizione, ripetendone brevemente l’intreccio con tanta gravità come fosse stata pretta storia.

Giunti al Sasso, vi trovammo un’erta scogliera quasi a picco del lago, e vi si gode di là una magnifica vista. Vicino vi sono parecchie grotte che si sprofondano nelle viscere del monte.

Su pel difficile sentiero, che serba il nome di via della Regina, che è la prosecuzione di quella che costeggia tutta la sponda sinistra del lago, nel 1799, quando le nostre belle contrade erano infestate dalle orde russe, un drapello di cavalleria cosacca di Souwarow volle peritarsi; ma gli irrequieti cavalli, accostumati a liberamente scorrazzare per le lande dell’Ukrania, sbizzarrendo, diruparono per que’ greppi, seco traendo nel precipizio anche molti de’ cavalieri.

Noi invece che v’andammo a piedi non corremmo alcun pericolo; ricordammo lo storico fatto, misurammo tutta l’altezza del precipizio e inorridimmo, e vi trovammo invece alla fine della nostra escursione tutto quel divertimento che desidero a’ lettori.

ESCURSIONE VENTESIMA. LE FERRIERE DI DONGO.

Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano e S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. — I forni fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le Frate.

La manía de’ forastieri e villeggianti s’arresta per ordinario alla Tremezzina, nè più si cura delle altre bellezze del lago superiore. È ben vero che non c’è più quel sorriso continuo di ville che nella parte da noi già percorsa abbiam vedute; ma è vero altresì che v’hanno molte e molte ragioni a non dimenticare anche quest’altra parte del lago, che forse per l’artista riesce più interessante. Io ne dirò con sollecite parole de’ principali luoghi, acciò il libro non manchi al suo titolo.

Secondando sempre la sinistra sponda del lago, passato avanti il Sasso rancio e San Siro, vedesi su d’un promontorio il paese e il castello dei Rezzonico, famiglia d’onde uscirono quel Clemente XIII, al quale il Canova lasciò famoso monumento in Roma, e i conti Gastone e Antongioseffo, buoni letterati. Il luogo ora è reso ameno per bellissimo parco fattovi all’intorno, per coltura e per magnifici limoni che vi fioriscono.

Proseguendo, scorgesi un altro promontorio che si spinge nel lago e che un dì portava un castello ed era quello famoso di Musso, che ricorda le gesta di quel formidabile filibustiere, che fu Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino di Milano. L’ebbero prima i Visconti, quindi il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, e in fine, per inganno, il Medici suddetto, che, fatta incetta della peggior ribaldaglia, vi si stabilì come in nido sicuro di rapaci avoltoi. A renderla più inespugnabile, la circondò d’opere militari d’ogni maniera, al compimento delle quali coll’esempio incoraggiavano perfino le sorelle di lui, Clarina e Margherita, la qual’ultima, sposa, al conte Giberto Borromeo, fu poi madre di quel Carlo che divenne arcivescovo di Milano, cardinale di Santa Chiesa e canonizzato da ultimo come santo. Era da questa rôcca che il Medeghino, approfittando della debolezza del governo di Lombardia, che ora stava nelle mani de’ Francesi, or passava a quelle degli Spagnuoli, ed a tratti ben anco funestato dalle orde alemanne, colla flottiglia che s’era formata di sette navi grosse a tre vele e quarant’otto remi, ed aveva armata cadauna perfin di cento uomini, tutta schiuma di scellerati, spandeva il terrore pel lago e rendevasi tanto formidabile e potente, da tenere a segno i Grigioni, ai quali anzi toglieva Chiavenna; da oppor resistenza agli Sforza dapprima, quindi ben anco all’esercito cesareo, capitanato dal duca di Leyva, che soleva dire dargli maggior fastidio il Medeghino che non tutto l’esercito dello Sforza; da trattar da pari co’ principi, battere moneta, e dopo d’avere assalito il territorio di Lecco, quello della Valtellina e la Valsolda, intitolavasi conte di Musso e di Lecco, governatore del lago e della Valsássina. Se Carlo V volle togliersi questa spina, gli fu giuocoforza venire a patti con lui, concedendogli forti somme di denaro, il feudo di Marignano col titolo di marchese e il comando di quell’esercito che gli affidava per abbattere a Siena l’ultimo avanzo di guelfa libertà. Ciò avveniva nel marzo 1532; e quando, in seguito a tali atti, egli abbandonava il suo castello di Musso, i Grigioni, che ne spiavano la partenza, inerpicavansi su per que’ greppi, impazienti di demolirlo; scortili il Medeghino, retrocedette, scese a terra e intimò rispettasser il castello finchè egli fosse in condizione di vederlo; e tanto imposero la sua presenza e la minaccia, che alla demolizione non si mise la mano che sol quando la sua nave non fu più veduta per il lago.

Ora il picco sopra cui il castello si elevava, costituendosi d’un marmo saccaroide dolomitico, somministra marmi alla fabbrica del duomo di Como; le molte mine che ne aprirono le viscere, dischiusero un varco che lascia veder tutta la vallata che riesce a Dongo, e i signori Manzi, a cui spetta, accomodaronlo come a parco.