Nondimeno abbiatevi un avvertimento. Se anche un nuvoletto solo turba il sereno del cielo, non avventuratevi a traversare il lago da Bellagio alla Tremezzina; a più d’uno quel nuvoletto, non anco giunto a mezzo del lago, che, come dissi, qui è larghissimo, si dilatò, coprì tutto il cielo e apportò tempesta, naufragio e morte. Propriamente per dividersi il lago e formare i due rami, oltre che dalla valle di Menaggio, i venti vi soffiano e menano furibonda ridda e in nessuna parte del Lario come qui sono avvenuti tanti disastri.
Ma poichè ho ricordata la valle di Menaggio, se vi fermate nella Tremezzina alcun giorno, non lasciate di percorrerla e ne sarete contenti. Vi troverete su d’un poggio assidersi Loveno, colle belle villeggiature dei Pensa, dei Garovaglio, degli Alberti, degli Azeglio e dei Mylius-Vigoni. I Garovaglio vi tengono una copiosa collezione di pregevoli stampe, massimamente inglesi, e un giardino interessante pei botanici.
Nella sua villa Massimo d’Azeglio immaginò e scrisse parte del suo miglior romanzo Ettore Fieramosca, e raccolse alla sua volta buone stampe e buoni dipinti con quel gusto che ognun conobbe all’illustre romanziere e paesista. Nel palazzo Mylius vedreste poi preziosità artistiche ancor maggiori. Intanto vi piacerà l’architettura sua semplice, opera del Besia: meglio poi le ricchezze dell’interno e la sua eccellente distribuzione. Non dirò degli arredi, nè di altre splendidezze: solo restringendomi all’arte, e nella casa e nel giardino si ammirano statue e gruppi di rinomatissimi scultori, come la Nemesi, di Thorwaldsen; l’Eva, di Baruzzi; la Ruth, dell’Himos; oltre la madre di Mosè, del Gandolfi; il David, del Manfredini; il gruppo insigne della Igea, dell’Argenti. Circa a pitture, ve n’hanno dell’Hayez, del Servi, del Canella, dell’Uaed; e ad incisioni, tutte le battaglie napoleoniche del Longhi, ritratte dai famosi affreschi di Appiani. Il giardino ha rarità di fiori e d’alberi e di prospetti.
Non lunge da Loveno, mette conto di vedere la bizzarra villa di Galbiati a Cardano, che non dovrebbe essere negletta dal suo attuale proprietario. Costò al barone Baldassare Galbiati assaissimo il far su quest’altura trasportare il gruppo della Clemenza di Tito, da lui acquistato allo scultore Comolli, ma non è opera che ne francasse la spesa. Piuttosto se visitate il sepolcreto domestico, vi ammirerete il monumento eretto dalla pietà del figlio Carlo al padre, collo scalpello di quell’esimio artista che è Antonio Tantardini. L’Angelo della Risurrezione che vi raffigurò è di un fortunatissimo ardimento, come d’una felicissima trovata. Maestra e sapiente ne è l’esecuzione.
Se amanti di natura alpestre, vi direi di percorrere la Val Cavargna e poi di spingervi anche a Porlezza a vedervi la fabbrica di vetro de’ Campioni e a guardare il Ceresio che giunge fino al piede del borgo: ma io non vuo’ dimenticare il Lario che mi son proposto di farvi conoscere e però ritorniamo a Menaggio.
Sovra il paese torreggia il castello, da cui si ha superba la vista e dove un ricco che l’acquistasse vi troverebbe motivi di magnifica villa. In basso, viene a gittarsi nel lago la Sanagra, acqua che dev’essere medicinale, se gli etimologi ne fan derivare il nome da Sanat ægros, cioè sana i malati. Entrando poi nel grosso borgo, importante per belle case e per commerci ed anche per alberghi, fra cui primeggia quello del Piantanida, che da Bergamo qui trasportò i suoi penati e vi adattò da un pajo d’anni tutti i conforti de’ più sontuosi, ed è da contarsi tra i migliori del lago.
Sulla piazza è una delle lapidi massime dell’antichità, che così fu letta:
Minicius L. F. Ouf. Exoratus,
Flam. Divi Titi Aug. Vespasiani consensu Decurion. tr. mil. IIII vir. a. p. II. vir. i. d. præf. fabr. Cæsaris et consulis pontif. sibi et Geminæ q. f. Priscæ uxori et Miniciæ l. f. Bisiæ V. f.[25].
Usciti di Menaggio, tenendoci sempre al lago, incontriamo Nobiallo. Il suo suolo abbonda di gesso, d’alabastro venato e di scagliola speculare. Levando lo sguardo al monte, scorgonsi i villaggi di Ligomana, Plesio e Naggio, dove dicono vi sieno vaghissime montanine. Non arrivai mai fin là, quantunque il bello facilmente mi seduca; ma d’altronde la comitiva tirava dritto, perchè la meta del nostro cammino di quel giorno era il Sasso rancio, e sarebbe stata poca creanza lasciare la compagnia.