Merita qui esser veduta la chiesa parrocchiale di S. Vincenzo, che si vuole del secolo V, con cripta di stile lombardo, e dove si vede il sepolcro del dottissimo cardinale Michelangelo Ricci, e tra gli arredi una pianeta di forma greca a bei ricami, una pace d’argento del XIV secolo, un calice egregiamente cesellato con molti giri di santi raffigurati in ismalto, non che una croce grande con ornati e figurine, lavorata per Franciscum de Sancto Gregorio da Grabedona. Nè si dimentichi di osservare il battistero di Santa Maria del Tiglio, che si pretende eretto dalla pia regina longobarda Teodolinda, alla quale per altro si attribuiscono troppe cose, perchè vi si possa credere sulla parola. Esso battistero è quadrilungo, con tre absidi pentagone all’esterno e con campanile ottagono di bell’effetto, e internamente ha una galleria nella parte superiore che lo gira tutt’all’intorno, e le pareti lasciano intravvedere come già fossero tutte rivestite di pitture. È qui dove esiste dipinta una Vergine col Bambino, or tutta rovinata dal tempo, che l’Aimoin nel suo libro De Gestis Francorum, afferma essere stata un tempo per più giorni sfolgorante di celeste luce. — Oggidì sappiamo quanto valore si abbiano codeste storie e miracoli, che preti ignoranti e pinzochere accreditano fra le zotiche popolazioni, come che loro non paja bastevole la buona e sana dottrina del Cristo a persuaderne la santità della religione.
Agli amatori dell’arte si ponno additare altresì un buon quadro della scuola del Guercino nella chiesa de’ Santi Gusmeo e Matteo; nella vicina terra di Peglio vi hanno i dipinti di Gian Mauro della Rovere, altro de’ Fiamminghini, che ho già mentovati, fra cui il proprio ritratto nel battistero; una Madonna del far di Bernardino Luini, una Santa Rosalia della scuola del Guercino, e minori pitture di un Antonio Scherino del 1635, di Giovanni Valerio, del Rodriguez, del Caracciolo di Vercana, terra di questi dintorni; oltre la Via Crucis e il Trionfo della Morte nell’ossario, dipinti nel 1715 da Alessandro Valdini; e a Liro, ne’ cui monti scopronsi a Darenco, Caprico e Ledi tre piccoli laghi; nella chiesa abbandonata di San Giacomo vi sono affreschi che portano la data del 1412 e il nome di Bernardo Somassi, al quale appartengono, e che metterebbe conto che fossero esaminati da chi avesse a ritessere la storia dell’arte italiana, massime ne’ suoi primi tempi.
Sovra Gravedona i buoni passeggiatori non lasciano di montare al Sasso acuto, picco, la cui forma è designata dal suo qualificativo, che ha la vetta rilucente, ed ha sparso il cammino di lucide tormaline.
Ma non volendoci adesso scostar dal lago, oltre Gravedona si distende, come in un semicerchio, Domaso, che si presenta più bello e seducente soggiorno se riguardi al suo vago prospetto ed all’attività de’ suoi commerci; ma chi non è avvezzo ai troppo vivi scorrazzamenti della breva, che sembra qui s’accolga, quasi l’antro di Eolo, per poi sprigionarsene sul lago, s’accorge presto che non è sì grato il dimorarvi. Da un’antica poesia di quell’Anton Maria Stampa che ho ricordato nella passata escursione, e che il Cantù ha pubblicata, raccogliesi che a que’ di Domaso venisse a’ suoi giorni appiccicato vituperevole epiteto, per essere talun del paese trascorso ad alcun atto d’empietà. Ecco i versi che vi fanno allusione:
O signori, udite come
A Domaso sia rimaso
Quell’orrendo soprannome
Di cui fe’ poc’anzi acquisto,
Del mozzar le braccia a Cristo.
Più avanti si incontra Gera, sito di pescatori, e più avanti ancora Sórico; ma le scialbe faccie de’ suoi abitatori ne avvertono dell’aria malsana a causa d’acque che vi stagnano; onde sarà bene che noi retrocediamo, perocchè di malinconie il mio lettore non ha di certo bisogno, e d’altronde da qui i canneti che vediamo ci annunciano presso la fine del lago.