ESCURSIONE VENTESIMASECONDA. REGOLEDO.
Olgiasca. — Piona e il suo lago. — Colico e i suoi padroni. — Dorio, Carenno e Dervio. — Bellano. — Grossi e Boldoni. — L’Orrido. — Il Sasso di Morcate. — Riva di Gittana. — Varenna. — Albergo e villa Venini. — L’Uga e la Capuana. — Il Fiume Latte. — Regoledo.
Poichè siamo a capo del lago, visitiamo rapidamente anche le altre terre della sponda opposta a quella che abbiamo veduta.
Prima si presenta Olgiasca; ma non ti rallegra: delle sue pietre calcaree silicee si fecero le colonne di S. Lorenzo di Milano, e al nostro tempo quelle dell’Arco del Sempione. Hai appena oltrepassato le case, che vedi addentrarsi il villaggio di Piona, forse da Peonia de’ Greci, che ha un piccolo ma pescoso lago, un vecchio ma bel monastero, ed una chiesa che si pretende esistere fin dal sesto secolo, perchè un’iscrizione che vi si lesse la disse consacrata da Sant’Agrippino nel 607.
A poca distanza schierasi sul lido il paese di Colico, e le febbri che vi dominano sembrano legittimare il suo nome. Ciò malgrado, è attivissimo scalo, quivi mettendo capo i piroscafi che muovono da Como e moltissime navi di mercanzia e i molti viaggiatori diretti al paese di Chiavenna e di Valtellina; come le merci e i viaggiatori che si dirigono da questi luoghi a Lecco, Como e Milano. Un dì fu contea eretta dai Visconti pei Sanseverino; poi infeudata dal duca Lodovico Sforza al proprio cameriere Giovanni Casati, che dovette in seguito restituirla alla giurisdizione dei Comaschi, che provarono d’avervi diritto. I Caldarini l’ebbero poscia da Carlo V; e dopo passò prima ai Pusterla, quindi ad Anton Maria Quadrio e da ultimo a un Rubini di Dervio.
Si succedono a Colico tre altre terre con nomi grecanici, Dorio, Corenno e Dervio, corrotti forse da Dori, Corinto e Delfo; d’interessante, Corenno presenta un castello di spettanza dei conti Andreani, e Dervio pure una rôcca di pittoresco effetto.
Più assai offre argomento di intrattenerci la bella borgata di Bellano, che vi tien dietro e già fu corte degli arcivescovi di Milano, come ce lo fe’ sapere quel simpaticissimo ingegno, nativo di questo luogo, che fu Tomaso Grossi, nel suo Marco Visconti.
Ha bella chiesa del secolo XIV di stile lombardo, a fasce la facciata di marmo bianco e nero, con bel finestrone rotondo nel mezzo recinto di fogliami in terra cotta. Se ne dà merito a Giovan da Campione, Antonio da Castellazzo e Cornelio da Osteno, i quali la architettarono. Or s’è fatto un bel viale lungo il lago a comodo di passeggiata, e lo si denominò dal sullodato concittadino poeta e notajo Tomaso Grossi, che col Manzoni tenne per tanti anni in Milano il primato delle lettere italiane, alle quali, oltre al Marco Visconti summentovato, che sarà sempre una bella e cara lettura, diede eziandio un poema dal titolo I Lombardi alla prima Crociata, e le novelle patetiche Ildegonda, La Fuggitiva e Ulrico e Lida, nonchè crebbe dicevolmente la collana de’ poeti vernacoli milanesi colla stessa Fuggitiva in dialetto, colla Prineide e colla Pioggia d’oro[26]. Milano eresse alla sua memoria una statua nel cortile del Palazzo di Brera, opera di Vincenzo Vela, perocchè l’ebbe come suo per lunghissimo soggiorno; e Bellano ne commise il busto allo scalpello di Antonio Tantardini, onde collocarlo a capo del detto viale. Ma vorrei che l’obolo de’ suoi compaesani e degli amici ed estimatori che già concorsero, affrettasse l’esecuzione di questo che poi non è costosissimo monumento. Son già molt’anni che se ne parla.
Era pure di Bellano Sigismondo Boldoni, medico ed egregio latinista e poeta del secolo XVII, avendo scritto in ottave la Caduta dei Longobardi, e latinamente intorno agli avvenimenti del suo lago.
Dalla Valsássina, che finisce a Bellano, giunge la Pioverna, torrente che qui, gettandosi da un’altezza di forse sessanta metri, produce un orrido cui traggon tutti a vedere. Quando il luogo di sua caduta apparteneva alla famiglia Fumagalli, dalla quale ero considerato ne’ miei giorni d’infanzia coll’affetto di figliuolo, e che io, dopo tanta lontananza di tempo ho sempre nel cuore, su quell’abisso eravi un ponte sospeso a catene, sul quale essendo, anche perchè paresse malfermo e dondolasse, si rabbrividiva.