«La maggior gloria dell’inclita e nobilissima città di Napoli, scrive Gaetano Moroni nel suo Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, è di aver ricevuta la fede cristiana dallo stesso principe degli Apostoli e primo Sommo Pontefice San Pietro, il quale partito d’Antiochia per portarsi in Roma a fondare la sua sede, passò per Napoli, ove trovata Candida inferma, si informò da essa della religione e costumi de’ napoletani, la guarì dal suo male, ed istruendola ne’ misteri della religione cristiana, la battezzò. La pia donna chiese a San Pietro lo stesso benefizio a pro del suo parente Aspreno, anche infermo, al quale l’apostolo gliela impartì, inviandogli il suo bastone, che tuttora è alla cattedrale; e portatosi Aspreno da San Pietro fu da esso guarito, battezzato e consacrato sacerdote e vescovo della città; e ricevuto il prezioso deposito della fede, imitando il suo maestro che nell’anno 44 giunse in Roma, istruì il gregge a sè affidato e verso l’anno 79 passò nel cielo. Vuolsi che ne fosse successore S. Patrona, uno de’ settantadue discepoli»[243].

Stando a tal tradizione, condita al solito da puerilità e miracoli, il primo vescovo Aspreno sarebbe morto l’anno stesso della eruzione vesuviana che seppellì Pompei.

Bulwer, accogliendo egualmente la credenza che in Pompei fosse già entrata la luce dell’Evangelo, vi immaginò l’interessante episodio di Olinto e la conversione di Apecide, fratello di Jone, la protagonista del suo romanzo, alla divina religione di Cristo; ed altrettanto sembrò opinare nel suo bel libro intorno a Pompei il già per me lodato C. Augusto Vecchi; nè io poi mi so addurre argomenti che ripugnar possano alla pietosa sentenza di questi due valentuomini ed egregi scrittori.

Chi può dire che ne’ quartieri che ancor rimangono a disotterrare di Pompei, non si abbia a discoprire qualche cosa la qual confermi una tale supposizione? La parte ancor non nota è quella che doveva essere abitata dalle classi più povere; e tra i più poveri e nelle menti men colte metteasi d’ordinario più prestamente la luce delle evangeliche dottrine.

All’avvenire pertanto è riserbato ben anco lo sciogliere una tale questione, che finor non ripugna ammettersi del modo che ho detto.

CAPITOLO IX. I Fori.

Cosa fossero i Fori — Agora Greco — Fori di Roma — Civili e venali — Foro Romano — Comizj — Centuriati e tributi — Procedimento in essi per le elezioni de’ magistrati, per le leggi, per i giudizii — Foro Civile Pompejano — Foro Nundinario o Triangolare — Le NundineHecatonstylon — Orologio Solare.

In quel tempo, la parte principale d’una città, dopo i templi, era il Foro, perocchè in esso si compendiasse la vita publica: ecco a qual fine io faccia succedere qui il discorso intorno i Fori, cui terrà dietro quello intorno la Basilica di Pompei, questa essendo, a vero dire, quasi parte e compimento del Foro Civile. Lo svolgimento di questi temi giustificherà ancor meglio una tale precedenza.

Ho altrove notato come le città suddite di Roma avessero conformato ad essa le istituzioni, ed adottati i modi e le costumanze di vivere: il Foro in Roma essendo il centro della vita, ed anzi, oserei dire, il pernio intorno a cui s’aggira tutta la storia civile e la gloria romana, il foro doveva pure essere in Pompei il luogo meglio importante.

Che significasse, a che servisse, è presto conosciuto, tessendo brevemente la storia del Foro di Roma. Gli scopi di questo sono pur identici a quello: ecco perchè l’illustrazione di Pompei è ad un tempo l’illustrazione della vita civile ed intima di Roma.