Il Foro, io già dissi altrove[244], derivò la propria denominazione a ferendo, cioè portare. La ragione di tal nome raccogliesi dal primitivo uso che ne venne fatto, essendo stato dapprima piazza di mercato e de’ popolani concorsi: se pure forum non significhi piuttosto, come talun etimologista avvisa, un luogo aperto dinanzi a qualche edificio, massime a sepolcro, ed abbia allora l’etimologia propria dall’avverbio latino foras. Quasi tutte le italiane città avevano anticamente il Foro, introdotto ad imitazione de’ Greci, che egual luogo di convegno si avevano sotto il nome di agora, destinato a’ mercati ed alle popolari adunanze. Vi furono anzi degli oppidi, o grosse borgate, a cui traevasi per provinciali negozj, che assunsero perfino il nome di fori: così il Foro Aurelio in Etruria, il Foro di Livio nell’Emilia, ora Forlì, il Foro di Giulio, Cornelio, Sempronio, ecc. Poi ne fu esteso l’uso, e intorno ad esso si eressero i principali edifizj publici cittadini; era anzi là che gli ufficj tutti si concentravano. Là i templi, i tribunali, le basiliche, il pubblico tesoro e i principali ritrovi ove maggiormente sviluppavasi l’esistenza cittadina; là la gioventù si dava agli esercizj ginnastici, là seguivano gli spettacoli scenici e gladiatorj: tutto questo poi cessando per riprendere unicamente le sole due prime sue destinazioni.

Più Fori tuttavia erano in Roma: servivano gli uni alle assemblee popolari ed ai tribunali in cui rendevasi giustizia, ed appellavansi Fora judicialia o civili: i circostanti edifizj di questi fori erano nondimeno occupati dai banchieri (argentarii) e dagli usurai (fœneratores) principalmente. Era naturale: le principali transazioni concernenti i più importanti affari pertrattati venendo nel foro, usurai e banchieri ritrovavano necessariamente nel foro più vasto e ricercato arringo.

Gli altri fori minori, detti anche venali, servivano pei mercati, ed assumevano quel nome che, a seconda delle merci che vi si spacciavano, loro meglio conveniva.

V’erano, a cagione d’esempio, il forum boarium, di cui Ovidio nel Primo de’ Fasti:

Hic ubi pars Urbis de bove nomen habet[245],

ch’era il mercato del bestiame; il forum piscarium, ricordato da Plauto in quel verso del Curculione:

Symbolorum collatores apud forum piscarium[246],

ove si vendevano i pesci; il forum olitorium, o degli erbaggi, dove c’era pure la columna lactaria, alla quale si esponevano dalle malvagie madri i bambini; il forum suburanum, ove que’ della campagna portavano a vendere alimenti, e di cui parla ne’ suoi epigrammi Marziale:

Quidquid villicus Umber, aut colonus,

Aut rus marmore tertio notatum,