Aut Thusci tibi, Tusculive mittunt,

In tota mihi nascitur Subura[247];

il forum coquinum, dove stavano apprestate le vivande già cotte; il forum cupedinis, o delle ghiottornie, posto secondo alcuni, nel Celio, secondo altri, nell’Esquilino, in cui dimorato aveva Numerio Equizio Cupes, dal quale si vuole tratto per avventura il nome, da chi non pensa che il vocabolo e la destinazione di tal foro bastano a chiarirne di per sè soli l’etimologia; il forum transitorium, perchè dava l’accesso a tre altri fori, pur detto palladio, ed era fra il Capitolino e il Quirinale; ed altri.

Negli ultimi tempi della Republica, crescendo il numero della popolazione, Giulio Cesare aprì un altro foro presso il vecchio, ed è di esso che parla Ovidio nel III libro dei Tristi:

..... hæc sunt fora Cæsaris, inquit,

Hæc est a sacris quæ via nomen habet;[248]

Augusto ne edificò un terzo meno ampio, ma ricchissimo di capolavori dell’arte greca; Nerva compì quello incominciato da Domiziano, ed è lo stesso che già mentovai sotto il nome di palladio, così chiamato perchè Minerva fosse la divinità tutelare a quel principe. Esso era d’ordine corintio. Un foro da ultimo, che fu detto Ulpium, costruì con architettura di Apollodoro, l’imperator Trajano, di cui furono scritte maraviglie, e del quale non rimane oggidì che la colonna trionfale. Ammiano così ne parla: singularem sub omni cælo structuram, etiam numinum assentione mirabilem[249].

I fori per altro venali non avevano nè la grandezza nè la bellezza, nè la prestanza de’ fori giudiziali, ed erano per lo più cinti all’intorno dalle botteghe de’ varj venditori o del piccolo commercio, che tabernæ latinamente venivano appellate.

Così anche in Pompei v’erano il Foro Civile e il Foro nundinario, o venale.

In Roma, il maggiore foro veniva designato col solo nome di Foro, comunque venisse altresì onorato cogli epiteti di vetus e di magnum, antico e grande, e serbavasi all’amministrazione della giustizia, alle popolari adunanze ed alla trattazione in genere di tutti i publici affari. Quivi perciò era il luogo de’ comizj, diviso tuttavia dal Foro col mezzo de’ rostri, ch’erano le tribune, da cui gli oratori arringavano il popolo e patrocinavano le cause con quella ricchezza di eloquenza che sola pareggia la grandezza del popolo dinanzi a cui si spiegava, e di che rimangono immortali monumenti nelle orazioni del sommo arpinate Marco Tullio Cicerone. Vicina a’ Rostri era la statua di Marsia coronato, intorno alla quale convenivano i litiganti, e vi han tratto que’ versi della satira sesta di Orazio: