Oh, quante volte entrando nel Foro e nella Basilica di Pompei, nei templi e nelle taberne, nelle vie e nelle case e perfino ne’ ritrovi della procace Venere, ritrovai la spiegazione di passi prima incompresi di classici scrittori dell’aurea latinità, che riferivansi ad usi e costumi de’ Quiriti! Tali riscontri, siffatte tacite ma non meno eloquenti rivelazioni, mi suggerirono l’opera presente.
Veda il lettore la ragione allora delle frequenti citazioni che vi troverà, ma più ancora del soverchio intrattenermi ch’io fo di Roma. Non son primo ad affermarlo: presentare in piccolo Pompei ciò che in ampie proporzioni era la Roma dell’Impero, e scandagliare gli scavi di questa città, che si nomò pure Colonia Veneria Cornelia, per esservi stata dedotta una colonia Romana, costituisce il migliore commento agli storici e poeti di Roma.
Sotto questo punto di vista reputo aver compiuto cosa e nuova ed opportuna: oso dire non acconcia soltanto ad iniziare chi la vuol leggere a meglio intendere queste preziose reliquie che a migliaja ogni anno corrono nazionali e forestieri a visitare; ma a precisare eziandio nella mente dello studioso quella farragine di cognizioni che lo studio de’ classici esemplari, eseguito nelle scuole, gli ha messa per avventura disordinatamente nella testa.
Ho per altro pensato anche alla classe meno colta de’ lettori, ed alla testuale riproduzione dei brani che mi venivano a capello, ho soggiunto in calce ogni volta la versione relativa, spesso togliendola a prestanza dai volgarizzamenti più riputati e spesso ancora facendola io medesimo, quando non li avessi sotto mano, od a seconda di quegli intenti cui la mia opera mirava. E di libertà è facile accorgersi essermene prese a piene mani; perocchè io mi avessi ad arbitrare a conservare a frasi ed a parole il loro conio latino, come quello che rendesse più esatto il significato della storia. Mi parve infatti che certi nomi proprj speciali ad usi del tempo non si potessero, per aristocrazia e schifiltosità di linguaggio, camuffare alla moderna. Così, a mo’ d’esempio, il pilentum, il carpentum, l’essedum, il petoritum, e va dicendo, non potevansi per me ritenere sostituiti da tregge, carrette ed altrettali vocaboli di italiana fattura, senza tradire la storica verità. E vorrei così aver fatto un leggier cenno, o indicazion di condotta a’ futuri traduttori, sicuro d’aver reso alle lettere ed alla storia segnalato servizio.
Tali almeno sono stati i miei convincimenti: al publico il giudicare se essi fossero un cotal poco boriosi e fallaci.
Queste cose ad ogni modo volevo si sapessero; perocchè ne avrei altrimenti d’assai scapitato, se si fosse creduto che con questo lavoro mio avessi inteso d’aggiungere lume a quelle dotte e fortunate indagini alle quali incumbono di proposito e quell’eletto ingegno del comm. G. Fiorelli, che presiede agli scavi di Pompei, e quegli altri che gli fanno onorevole corona e che nel Giornale degli Scavi vengono mano mano sponendo illustrazioni e studi assai sapienti, ai quali nel corso dell’opera ho più d’una volta con buon frutto ricorso.
Sarebbe diversamente stato davvero un portar vasi a Samo.
Aperti così tutti i miei intendimenti avuti in questi miei studj, ho più animo a presentare i miei volumi al Publico ed a sperarne l’indulgenza migliore.
E qui mi corre il dovere, prima di prender commiato da chi mi legge — poichè la dedica dell’opera ha già detto l’animo mio verso l’amatissimo fratello che me ne fu prima occasione — di sdebitarmi degli obblighi di riconoscenza verso quel mio antico amico e dotto uomo che è il chiarissimo Pietro Cominazzi, nestore del giornalismo letterario ed artistico, il quale non solo fu tanta parte negli incitamenti a condurre quest’opera, ma nella tema che sbolliti i primi empiti, m’avessi a fermar a mezzo della via, ad impegnarmi in certo modo verso il Publico, mi poneva a libera disposizione il suo giornale La Fama, perchè in esso mano mano stampando i miei capitoli, potessi poi, senza quasi avvedermi, compiere il lungo lavoro e poi sul medesimo, praticare quante aggiunte e pentimenti mi fossero piaciuti. Di tal guisa, egli, che giovinetto mi sorresse ne’ primi tentativi letterarj, con ogni maniera di incoraggimenti e del quale posso veramente dire con Ovidio:
Primus, ut auderem committere carmina Famæ