«Trovavasi egli a Miseno ed attendeva al personale comando della flotta[92]. Erano le calende di Novembre[93], quasi all’ora settima, quando mia madre gli mostra apparsa una nube d’inusitata grandezza e specie. Accostumato a star bene alquanto al sole e quindi a bagnarsi d’acqua fredda, aveva asciutto in letto e messosi poi a studiare, domanda le pianelle e ascende in luogo da dove si potesse riguardar ampiamente il prodigio. Una nube levavasi (che a chi da lontano l’osservava non avrebbe indovinato da qual monte, che poi si conobbe essere il Vesuvio), la cui somiglianza e forma nessuna altra arbore meglio che un pino avrebbe raffigurata. Perocchè spingendosi in alto come su lunghissimo tronco, si diffondeva per certi rami: credo che ciò procedesse perchè sollevata da improvviso soffio s’allargava poscia alla base, fors’anco vinta dal proprio peso, candida talvolta e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse o terra o cenere. Parve all’eruditissimo uomo che fosse il grande evento meritevole di più vicino studio. Comanda allestirsi una liburnica[94] e m’accorda, dove il voglia, seguirlo. Risposi amar piuttosto rimanermene a studiare, ed egli stesso per avventura m’aveva commesso alcuna cosa scrivere. Usciva di casa, quando gli si recarono alcune tavolette[95] scritte. I classiarii di Retina[96], atterriti dall’imminente pericolo (poichè quella borgata vi sottostasse, nè altra via di scampo vi fosse che per le navi), supplicavano volesse sottrarli a tanto disastro. Ei modifica la risoluzione e quel che aveva per amor di studio incominciato, compie colla massima alacrità. Escono le quadriremi, vi monta su egli stesso non per recar ajuto a Retina soltanto, ma a ben molti altri, poichè popolata di gente fosse l’amenità della sponda. S’affretta colà da dove fuggono gli altri ed in mezzo al pericolo egli regola il corso e tien diritti i governali, così libero da timore, da distinguere e disegnare tutte le fasi di quella sciagura e tutte le figure come gli si paravano agli occhi. Già la cenere era cascata sulle navi, quanto più s’accostavano, tanto più calda e più densa; già anche le pomici e le pietre, nere, bruciate e spezzate dal fuoco, già apertosi un improvviso guado e la ruina del monte levarsi ostacolo al lido. Ristato alquanto, se dovesse dar addietro, al timoniere che a ciò fare l’esortava, i forti, disse, ajuta la fortuna, raggiungi Pomponiano. Questi era a Stabia, separato dal seno frapposto, essendo che il mare, per l’aggirarsi e curvarsi delle sponde, non vi si introducesse che a poco a poco. Quivi, quantunque non fosse ancora vicino il pericolo, in vista nondimeno di esso che col crescere si farebbe più presto, aveva portato sulle navi i fardelli, in attesa di dover fuggire quando il vento contrario si fosse acquetato; dal quale il mio zio invece assai favorito, colà sospinto, abbraccia il trepidante, lo consola ed esorta e perchè colla propria tranquillità meglio deponesse il timore, vuole essere trasportato nel bagno; lavatosi, si pone a tavola e cena allegro od in sembianza di allegro, lo che è più ancora. Intanto dal monte Vesuvio in più luoghi divampavano larghissime fiamme ed alti incendj, il fulgore e chiarore de’ quali veniva fatto maggiore dalle tenebre della notte. Egli per rimedio al terrore andava dicendo quelle che ardevano essere le deserte e solitarie ville abbandonate al fuoco dallo spavento de’ campagnuoli. Allora si diede al riposo e riposò del più profondo sonno. Perocchè il respiro, che per la corpulenza gli era più grave e sonoro, veniva inteso da coloro che stavano sulla soglia. Ma lo spazio per il quale si adiva all’appartamento, s’era per tal guisa di cenere mista a lapilli cotanto colmo, che se più a lungo fosse rimasto nella camera, gliene sarebbe stata negata la uscita. Riscosso, sorge e ritorna a Pomponiano ed agli altri che avevano vegliato. Consultano in comune se debbano restar in casa, o vagare all’aperto, perocchè la casa traballasse per le frequenti scosse, e come scassinata dalle fondamenta, di qua e di là ondeggiasse, e dell’uscir all’aperto si paventasse nuovamente il ruinar de’ lapilli, comunque lievi ed esigui. Nel confronto de’ quali pericoli si decise per codesto ultimo, in lui la ragione vincendo il partito, negli altri la paura. Imposti de’ cuscini sulla testa, ne li accomandano con fasce e ciò fu riparo contro quanto cadeva. Già altrove il giorno, colà la notte più buja e densa d’ogni notte, la qual tuttavia rompevano le molte faci ed i diversi lumi. A lui piacque di portarsi al lido e da vicino riguardare se si potesse commettere al mare, perchè mosso e procelloso perdurava. Quivi adagiandosi sovra un disteso lenzuolo, una volta o due dimandò dell’acqua fresca e la bevve. Poscia le fiamme e una puzza di zolfo, foriero delle fiamme, volgono altri in fuga ed eccitano lui. Appoggiatosi a due si levò, ma subitamente ricadde morto, impedito, siccome io argomento, il respiro dalla più spessa caligine, onde gli si chiuse lo stomaco, che già per natura aveva debole ed angusto e soggetto a frequenti infiammazioni. Come fu ritornato il giorno (il terzo da quello che a lui era stato l’ultimo), fu rinvenuto il di lui corpo integro, illeso e ancor ricoperto de’ suoi indumenti, più simile la posa del corpo ad uno che dorma, che non a defunto. Io colla madre eravamo sempre a Miseno. Ma ciò nulla fa alla storia, nè tu bramasti sapere altro che della morte di lui. Imporrò fine adunque; questo solo aggiungendo che ho veracemente esposto tutto quello cui ho assistito o che ho udito al momento, essendochè le cose vere tutte vengano ripetute. Tu le più saglienti eleggi; perocchè altro sia una lettera, altro la storia; altro è per l’amico, altro è scrivere per tutti. Addio.»

Così il nipote e figlio adottivo Cajo Plinio Cecilio Secondo narrò la morte del grande naturalista ed ammiraglio della romana flotta; ma per quanto autorevole la di lui testimonianza, non tolse che differentemente altri la narrassero di poi.

Tra costoro, Svetonio, o quegli cui si vogliono attribuire le Vite degli Uomini illustri, ci fa sapere come v’abbiano bensì certuni che lo dicano oppresso dalla violenza della rena e delle faville, ma ve n’abbia di altri ancora che ritengano essere stato da un servo ammazzato, quando sentendosi soffocare per l’ardore, avevalo pregato d’anticipargli la morte[97].

Il Rezzonico, accostandosi a quest’ultima opinione, la vorrebbe confortare colla consuetudine de’ Romani di liberarsi con morte volontaria da’ dolori della vita, e col sistema di filosofia di Plinio il Vecchio, il quale non pare che avesse le più precise idee intorno alla immortalità dell’anima[98].

Nè di diversa sentenza era per avventura messer Francesco Petrarca, se potè nel Trionfo della Fama introdurre il terzetto che riferisco, mettendo per altro ancora in guardia il lettore contro quel, che io reputo errore, come ho già precedentemente dimostrato, d’aver, cioè, detto Plinio veronese:

Mentr’io mirava, subito ebbi scorto

Quel Plinio veronese suo vicino

A scriver molto, a morir poco accorto.

Tuttavia potrebbesi ritenere che il Cantore di Laura riputasse egualmente essere stato poco l’accorgimento del vecchio Plinio di esporsi sul lido del mare alle offese vesuviane, mentre ne fervevano i furori, e che gli accagionarono la morte, anche senza ammettere la morte datagli dal servo.

Ma all’illustre e severo storico non bastò lo intendere i casi del vecchio Plinio; laonde pur quelli del giovine richiese, perocchè avesse saputo costui essersi trovato ravvolto in quegli spaventosi avvenimenti; epperò eccitava l’amico ad istruirnelo, ed io pensando che pur un certo interesse provar dovrebbe il lettore a conoscerli, a rendersi ben anco ragione dell’intero luttuoso quadro, dedurrò pur la versione della seconda lettera che dall’argomento scrisse quell’egregio all’amico.