Cuncta ruina quassata labent

Iterumque deos hominesque premat

Deforme chaos.[91]

Pochi furono i fortunati che giunsero a mettersi in salvo, fuggendo per mare a Sorrento, a Neapoli o nelle isole adiacenti: così da’ pochi fuggiaschi fu pur recata la dolorosa nuova a Miseno.

Tre giorni durò la spaventosa catastrofe ed a capo di essi voi avreste cercato invano Pompei. La misera città era sepolta e scomparsa sotto l’incredibile pioggia delle ceneri, e siffattamente scomparsa da non sopravvivere pure la tradizione del luogo ove ella ebbe ad esistere, se infino a mezzo il secolo scorso ebbe a invalere la credenza che là fosse Pompei dove ora è Torre dell’Annunziata, che è quanto dire a due miglia da dove venne poscia scoperta.

E con Pompei la vicina costiera era egualmente sparita. La più lontana Stabia aveva patita la medesima sorte: Ercolano, Retina, Oplonti, Tegiano e Taurania non esistevano egualmente più. I grossi torrenti di candente lava, che al bagliore sinistro si vedevano vomitarsi dal cratere e dagli aperti fianchi del Vesuvio, erano corsi sui monumentali palagi delle ville di Cesare e dei Fabi e così le avevano ricolme da stendere sovr’esse una pietra sepolcrale dello spessore di più metri.

Perfino il mare s’era ritratto d’alquanto dal poggio ove s’assideva la spensierata città che descrivo, sì che al presente vi si vegga interposto buon tratto di terreno: il cataclisma dunque era stato così formidabile che mai a memoria d’uomini non fu poi visto l’eguale.

Plinio, il comandante della flotta a Miseno, non ebbe appena l’avviso delle incominciate furie vesuviane, che vi era accorso sollecito, e come poi miseramente vi perisse, vittima di quella scientifica curiosità ch’egli ebbe di studiare il formidabile fenomeno, lascerò che il lettore l’apprenda dall’epistola che il suo nipote e figlio adottivo Cajo Cecilio Secondo detto Plinio il giovane, secolui e colla madre convivente in Miseno, diresse a Tacito, l’illustre storico amico suo. A tal uopo io la volgo nella nostra lingua, che congiuntamente all’altra del medesimo pure a Tacito scritta, completeranno meglio il povero racconto che della tremenda catastrofe ho io procurato di fare:

«Cajo Plinio a Tacito suo salute:

«Tu mi domandi ch’io ti scriva della fine di mio zio, onde ne possa con maggiore verità tramandare a’ posteri. Ringrazio. Imperciocchè io vegga che dove essa venga da te celebrata, si appresti alla morte sua una gloria immortale. Quantunque infatti nello sterminio di bellissime terre, egli, come i popoli e le città, sia rimasto, in così memorabile evento ravvolto, da sopravvivere quasi eterno, e quantunque egli stesso abbia molte e durature opere lasciate; molto tuttavia aggiungerà alla popolarità del di lui nome la immortalità de’ tuoi scritti. Io certo reputo avventurati coloro a’ quali è dato dal favore degli dei o di compiere cose degne d’essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette; avventuratissimi poi quelli a’ quali e l’una cosa e l’altra è concessa. Mio zio, mercè i proprj scritti e mercè i tuoi, sarà nel novero di costoro. Laonde più volontieri m’accingo, anzi insisto a far quello che tu mi imponi.