La Catastrofe di Pompei. Vol. I. Cap. V. Il Cataclisma.

I gemiti, le strida, gli ululati degli uomini rispondono alla generale rovina e assordano miseramente la città; la disperazione regna per le sue vie. Famiglie che fuggono verso il mare dove giunte gittansi a furia sovra i fragili burchielli, già testimonj di letizie e di voluttà, e vi trovano fra l’onde procellose la morte; mariti e padri che vorrebbero trarre in salvo le mogli ed i figli; questi che in quel bujo d’inferno vengono da altri accorrenti separati dai genitori: richiami inutili, pianto disperato, orribili imprecazioni agli Dei. I magistrati più nulla potevano e dividendo l’universale sentimento della propria conservazione, provvedevano a sè medesimi: i sacerdoti, tolta a stento qualche statua d’oro di nume, sottraevansi a’ templi: le vestali, non curanti dei veli candidi e pudici, mescevansi atterrite alla folla delirante e maledivan la Dea che le privava in quel punto degli umani soccorsi. Vecchi che non reggono a’ passi della fuga e s’accasciano rassegnati in attesa della morte; giovani che, pur volendo involare gli antichi parenti, sono uccisi da’ proiettili del monte a mezzo dell’atto pietoso; amanti che spirano nella reciproca assistenza e nel primiero lor bacio[90]: confusione e caos terribile e peggiore assai della morte, miscela orribile di urla, e d’omei, di atroci bestemmie di uomini e di donne e di mugghj spaventosi di bestie, cozzo di animali e d’uomini, sfascio di edificj e gragnuola incessante di lapilli e nembi di ceneri sottili ed ardenti che invadono case, che penetrano appartamenti e i più reconditi nascondigli, che soffocano il respiro, che ricolmano e seppelliscono: puzzo acuto, insopportabile che ti afferra e stringe le fauci, che istrozza: in una parola — rovina e morte. —

Le torcie resinose che avvisavan taluni d’accendere a rompere quell’atra notte, squassate qui e qua per le vie, pei crocicchi e nel foro accrescevano l’orrore; nè valevano guari all’intento, chè la pioggia bollente e gli inciampi d’ogni maniera le spegnevano, onde più sgomentavansi e forviavansi i fuggenti.

Fra tanto lutto e terrore non mancarono scellerati uomini di penetrar nelle case deserte e d’involarvi denaro e preziosità; ma vindice il Vesuvio li puniva del sacrilegio, quando correvano di poi a salvarsi colla infame preda.

Chi avrebbe in tanta confusione pensato allora a’ poveri prigioni? Intento ognuno per sè, trepido e curante della propria esistenza o di quella de’ più cari, chi avrebbe volto un pensiero al povero gladiatore che stava ne’ ceppi del ludo ad espiare alcun fallo o a soddisfare il capriccio dell’inflessibil lanista? Gli scavi pompejani discoprendo ed il ludo e que’ ceppi, ci chiarì nelle ossa de’ piedi che ancor n’eran costretti, come là quegli infelici avessero dovuto attendere l’estremo fato, impotenti a difendersi dalla furia delle ceneri e della bollente pioggia, impotenti a sottrarsene colla forza.

Ancor la sentinella che vegliava alla Porta Ercolano, all’ingresso del Pago Augusto Felice, fedele alla avuta consegna, spirava impugnando l’alabarda al suo posto, ed il suo scheletro rinvenuto diciotto secoli dopo, attestò a’ posteri i rigori della militar disciplina che imponeva Roma a’ soldati.

E tu pure, povera vedova di Marco Arrio Diomede, invano riparasti nell’ampia cella vinaria della tua casa co’ tuoi più cari, confidando che là non ti avrebbe raggiunta l’ira dei numi! Venti scheletri si sono rinvenuti colà, e tanta dovette essere la disperazione di que’ disgraziati, che le pareti, forse allora recenti, serbano tuttavia le impronte loro.

Ben avevano detto i miseri Pompejani di credere quella fosse l’ora dello sterminio totale dell’universo. Seneca, colla divinazione che è propria del poeta, aveva dipinto alcun tempo prima, od almeno riassunto tutto l’orrore di tal giorno in que’ versi:

Trepidant, trepidant pectora magno

Percussa metu, ne fatali