Svetonio ricorda di Plinio la Storia delle Guerre Germaniche, compresa in venti volumi[86]; altri altre opere che lo attestano indefesso e sapiente scrittore, e ne fanno ascendere il numero de’ volumi sino a cent’ottanta, scritti in minutissimo carattere.

Lo che non tolse che servisse dapprima nella cavalleria, che sostenesse di poi continue e cospicue magistrature, stato essendo procuratore altresì della Spagna, che fosse augure e da ultimo comandante, o, come direbbesi in oggi, ammiraglio della flotta romana a Miseno.

È precisamente nel disimpegno di questa onorevolissima ed importante carica che noi lo troveremo fra poco.

Spuntava l’alba dei primo giorno di novembre. — Una nebbia trasparente, che non era delle solite d’autunno, distendevasi su tutto il golfo e vi toglieva quell’ineffabile sorriso onde fu dal cielo privilegiato: l’aria era straordinariamente greve e soffocante, nè spirava da veruna parte alcun soffio di vento. Pur tuttavia, scendendo alla marina, sarebbonsi vedute le onde disordinatamente mosse, come in ora di tempesta. Chi andava colle idrie alle fontane per provveder l’acqua, maravigliava di vederle gocciolare appena appena; la poche acque de’ pozzi avevano convertito in acre il loro gusto. Il Sarno medesimo, la cui ricchezza in allora di onde non è bene argomentata dalla picciola sua vena d’oggidì, parevasi per prodigio disseccato repentinamente. Miasmi sulfurei e di mofete[87] si facevano sentire leggieri dapprima, poi rendevansi più forti e dominavano, e la calma e affannosa atmosfera era certo in contrasto coll’ora mattutina per consueto fresca e pura; nè di tuttociò sapevansi indovinare le cagioni. Perocchè a quanti fosse venuto in mente di rammentarsi il disastro del tremuoto accaduto sedici anni addietro, e temuto avesse per quegli indizj non fosse per rinnovarsi, rispondeva assicurando la tranquilla sommità del vecchio Vesuvio, che sorrideva tranquillo; nè appariva perfino quella bianca virgola di fumo che d’ordinario vedevasi liberare dalle sue fauci.

Mano mano che il giorno avanzava l’aria facevasi più pesante, più pallida e nebulosa la luce, maggiore ed affannosa la caldura; ma la popolazione pompeiana era ben lunge ancora dal sospettare l’imminenza d’un gravissimo male. V’hanno scrittori perfino che affermarono non venissero per ciò que’ noncuranti cittadini rimossi dall’accorrere in folla allo spettacolo dell’anfiteatro ch’era indetto per quel giorno.

E fra i sanguinosi combattimenti di gladiatori e di fiere li colse improvvisa la collera del Vesuvio. La clessidra non aveva forse segnata per anco un’ora dopo il meriggio. Un cupo mugolio rumoreggia sotterra e sembra esso proceda da lunge, poi s’approssima mano mano, e ne traballa il suolo, e prima che gli attoniti spettatori rivengano dalla sorpresa, repenti spaventosi scoppi si odono dal lato della Porta Ercolano come di tuoni e di folgori; una densissima e oscura nebbia invade il cielo e l’aria si fa più bassa, e la notte più cupa sottentra al giorno. Tutti sorgono da’ loro stalli e si precipitano in massa per gli ambulacri e pei vomitorj, la calca urla, si preme e svia in quella oscurità, fra clamori di uomini, strida di femmine, e nel trambusto v’ha chi cade, chi sviene e rimane oppresso e schiacciato. Quel generale frastuono è fatto maggiore e s’addoppia per l’eco che si ripete da una estremità all’altra dell’arena[88]. Urlano agli inattesi fenomeni ne’ sotterranei, che fiancheggiano le porte principali dell’anfiteatro, spaventate le fiere, e ne frangono i ferrati cancelli dandosi invano alla fuga[89]; gemono i cani per le vie, mugghiano i bovi, nitriscono i cavalli e tentano strapparsi alle greppie onde fuggirsene all’aperto.

Incomincia un grandinare di pomici e di lapilli; una pioggia fittissima di ceneri e d’acqua bollente si rovescia a furia, mentre in qualche parte cadono grossi basalti che sfondano, stritolano, uccidono dove cadono.

Spesse folgori guizzano con odiosa luce ad illuminare l’orrore di quella scena e rivelano la nera colonna di fumo che si leva dal cratere del Vesuvio, pari a pino gigante, e i torrenti di lava incandescente che si precipitan dal monte, che si fanno strada pei fianchi aperti d’ogni parte e rovinano e scorrono a portar desolazione e lutto. Gli alberi, al loro passaggio, crepitano, inceneriscono e scompajono in un baleno; ogni vegetazione è arsa e distrutta.