Il Guardiano vi direbbe tutto questo in due parole: voi da me pretendete di più; io mi cingo pertanto la giornea.

Quando il cataclisma che v’ho narrato fu accaduto, taluno de’ superstiti pompejani, come doveva essere naturale, fe’ ritorno alla scena del disastro doloroso e per forza d’induzioni avrà cercato d’indagare dove fosse stato il luogo dei calcidico de’ templi, ove serravasene il tesoro, la Casa del Questore che, amministrando la publica pecunia, avrà saputo, al par de’ suoi successori nella bisogna, pensare un cotal poco anche al proprio gruzzolo; le magioni dei ricchi ove là anche dovevano esistere di aurei e di sesterzj in abbondanza e gli arredi preziosi e i muliebri gingilli, vasi murrini, amuleti d’oro, idoletti e monili, anelli e contigie d’ogni maniera, e praticandovi fori ed aperture ha procacciato penetrarvi a bottinare. Così accadde che nelle odierne escavazioni molti luoghi apparissero già frugati ed espilati, tra cui la summentovata Casa del Questore, dove nell’atrio vennero bensì trovate, erette sopra uno zoccolo laterizio incrostato di marmo, due casse di legno foderate di rame e fasciate di ferramenta ed ornamenti di bronzo, ma non contenevano che sole quarantacinque monete d’oro e cinque d’argento; mentre presso i doviziosi pompejani e presso uomo di quell’officio assai e assai più sarebbesi ripromesso di rinvenire. La fretta e la paura d’impensati crolli avranno impedito l’intera sottrazione.

Avvenne parimenti in più luoghi di riconoscere infatti come più d’uno di questi più o meno legittimi cercatori di ricchezze fosse rimasto schiacciato sotto le rovine che forse profanava, stringendo ancora la borsa, e i pregevoli effetti che s’era appropriato, vittima della propria insana cupidigia.

Ma queste indagini per i gravi pericoli cui esponevano o furono presto abbandonate, così che le sovvenute generazioni smarrirono, come già dissi, persin le traccie dell’infelice città; o fu vero quel che trovo scritto dall’architetto Gaspare Vinci, ma che non so da altri confermato, che «i Pompejani rimasti senza patria ebbero ben presto a fondarne una seconda non lungi dalla prima. Fabbricarono delle case, sul principio pe’ soli agricoltori, quindi si formò un villaggio. Questo continuò a denominarsi Pompei: fu abitato per molto tempo: ma in fine altra catastrofe, simile a quella che aveva estinta l’antica Pompei, fece cessare per sempre anche la nuova»[105].

Toccai già come molti additassero essere stata Pompei là dove sorse di poi Torre dell’Annunziata, che pare invece abbia occupato l’area di Oplonte; or dirò com’altri la collocassero nel sito di Scafati sulla moderna riva del Sarno, tratti appunto in inganno da ciò che si sapesse avere un tal fiume lambito il piede alla sventurata città, e quelli pure, come il Capaccio e il Pellegrino, che si mostravano edotti dell’esistenza di rovine nel luogo appellato Civita, le scambiassero per quelle di Taurania, mentre fossero precisamente di Pompei.

I posteri adunque l’avevano, come già dissi, interamente dimenticata; la popolare tradizione, che sì sovente ripara l’obblio e l’ignoranza delle età, non l’aveva tenuta meritevole pur d’un ricordo!

Ma fu vero che anche questa parte d’Italia venisse crudelmente profanata, istupidita e tiranneggiata dalla barbarie straniera. Goti e Visigoti, Longobardi e Franchi, Svevi ed Angioini, Aragonesi e Francesi e vie via una colluvie d’invasori l’avevano corsa e ricorsa e se l’erano disputata: chi ne avrebbe pensato, allorchè in forse erasi sempre della vita e degli averi?

I primi indizj che s’ebbero della sepolta Pompei rimontano a’ tempi di Alfonso I re di Napoli e forse intorno all’anno 1592. Un Nicola di Alagni, conte di Sarno, volendo condurre un acquidotto, traendo l’acqua dal fiumicello pompejano fino a Torre dell’Annunziata, faceva scavare in certa località, quando l’architetto Domenico Fontana a un tratto si vide tra le pareti di un tempio, che poi si riconobbe d’Iside e trovò case, cripte, portici ed altri monumenti. Là si riscontrano tuttavia spiragli del Sarno che vi trascorre sotto. Contuttociò non fu ancora sufficiente ammonimento a designare le rovine della città di Pompei, nè eccitamento a proseguire nell’opera della scoperta. Perocchè monsignor Francesco Bianchini, nella sua Storia Universale provata con monumenti[106], parlando degli scavi nello stesso terreno, praticati nel 1689, e com’egli dice, alle radici del monte Vesuvio, in lontananza di un miglio in circa del mare, recando, a maggiore autorità una nota di Francesco Pinchetti, ch’ei chiama architetto celebre in Napoli per la sua professione e molto più per il museo sceltissimo ed antichità erudite da sè raccolte, fa chiaro che il Pinchetti e altri con lui reputassero come le lapidi romane e le osservazioni sue istituite sulla natura dei varj suoli scavati, fossero fatte nel loco dove era la villa di Pompeo. Esso monsignor Bianchini nondimeno non restò di soggiungere un proprio dubbio che, cioè, le iscrizioni vedute dal Pinchetti, e da lui non ancora, potessero spettare invece alla città di Pompei, e non ad una villa del magno Pompeo e de’ di lui figliuoli; perciocchè la villa di quella famiglia e di quel massimo capitano, da Loffredo si giudica non essere stata sotto al Vesuvio, ma piuttosto verso Pozzuolo, non molto discosta dal lago Averno.

La storia quindi degli scavi non parte che dal 1748, quando alcuni agricoltori, avendo fatto delle fosse per piantagione d’alberi, si imbatterono nelle mura di un edifizio e in una statua di bronzo.

Siffatta notizia portata a cognizione di Carlo III, regnante allora, principe d’alti concepimenti, comunque despota per eccellenza[107], — desti già la sua attenzione e l’interesse della scoperta da poco tempo fatta di Ercolano, — come aveva fatto per gli scavi di questa città, fece pur acquisto di tutto il terreno su cui quegli agricoltori avevano lavorato e casualmente scoperta Pompei e posto mano ad intraprendere escavazioni, gli venne dato di ottenerne i vagheggiati risultamenti.