La sorte eguale con Pompei avuta dalla città di Ercolano nella sciagura e il destino quasi identico e contemporaneo delle escavazioni, reclamano che una breve parola io dica qui dell’occasione fornita di una tale resurrezione intorno ad Ercolano. La storia di questa città sorella e quella de’ suoi scavi completa quella di Pompei: è quasi impossibile il tenerle onninamente divise: l’una all’altra soccorre indubbiamente.
Neppur d’Ercolano sapevasi la precisa ubicazione. Emanuele di Lorena, principe di Elbeuf, venuto, a capo dell’esercito imperiale contro Filippo V, in Napoli nell’anno 1713, innamoratone del cielo e del clima, e già sposo alla figliuola del principe di Salsa, prese ad erigersi a Portici una villa; un contadino, levato dalla escavazione d’un pozzo alcuni marmi, avendoglieli offerti, fu il primo indizio che lo guidasse sulle traccie della sepolta città ed estesi subito gli scavi, non corse guari che rinvenisse iscrizioni romane ed osche, un tempio con ventiquattro colonne, ed altrettante statue in giro, una statua d’Ercole ed una di Cleopatra. Eureka! fu gridato da lui e dai dotti; Ercolano è risorta.
I primi capolavori di bronzo e di marmo ritornati alla luce, proprietà di chi li aveva trovati, andarono ad arricchire musei stranieri; non così per altro che i moltissimi rinvenuti di poi non valessero a costituire tutta una preziosissima raccolta in Napoli di pitture, di vetri, di medaglie, di utensili, di busti e principalmente delle due sole statue equestri in marmo che l’antichità ci abbia trasmesso: quelle dei Balbo, padre e figlio. E a mille si trovarono i papiri più greci che latini; in questi come nelle arti più ricca Ercolano che non Pompei; onde ne nacque l’idea della creazione d’un’academia la quale illustrasse i monumenti dell’antico che si sarebbero rinvenuti negli scavi e che si intitolò Ercolanese.
Il re Carlo III, fin dalla prima scoperta, ad impedire che le antiche preziosità che si sarebbero diseppellite passassero all’estero, con grave nocumento del paese, s’affrettava a ricomprare dal principe di Elbeuf quella proprietà, e spingendo con sollecitudine i lavori di escavazione, era egli che aveva ottenuta la certezza che fosse quell’antica città d’Ercolano.
Ma quegli scavi tornavano difficili, anzi pericolosi. Su quella città non era stato un lieve sepolcro di ceneri e di scorie soltanto, come in Pompei, che il Vesuvio aveva posto, ma uno greve e di lava e di lapilli infuocati; onde quel sepolcrale coperchio, dello spessore in più luoghi perfino di venti metri, aveva cotanto persuaso di sua solidità, da far credere che fosse tutta una vera roccia vulcanica e non lasciar sospettare che mai si celasse al di sotto, che le sorvenute generazioni vi avevano confidenti fabbricato su tutta una città ed un villaggio, Portici e Resina e sulle sontuose ville di romani guerrieri, eretto inconsapevolmente palagi eleganti di artisti di canto e d’altri facoltosi. Intraprese le escavazioni, era stato mestieri, non come in Pompei, far uso della marra, per liberare i sottoposti edificj, ma della mina, nè si potè agire che colle maggiori cautele, perocchè a chi scenda e penetri dentro gli scavi ercolanesi rechi sorpresa e spavento l’udirvi sovra del capo il rumoreggiar de’ carri e degli omnibus che animano la graziosa Portici ed anzi paresse necessità di nuovamente interrare più luoghi frugati ad impedire il disastro di rovine, privando le moli sovrastanti de’ loro antichi e naturali sostegni. Laonde l’intera scoperta d’Ercolano e il ricupero di tutte le preziosità che nasconde non sarà mai possibile sin quando non vengano abbattute le belle case e villeggiature di Portici, nè io sarò mai per dire che metta proprio conto di pur ciò desiderare.
Non a torto quindi il medesimo monarca s’era sollecitato a recare in sua proprietà anche il terreno sotto cui tutto creder faceva ascondersi Pompei, acciò non fosse frodato il paese di quanto vi si sarebbe potuto trovare ed a commettere l’esecuzione su più conveniente scala delle ricerche e degli scavi, resi essi più agevoli dalla men dura materia che li copriva, perocchè quivi non si trattasse che di rimuovere gli strati di ceneri commiste alle pomici, oltre quella superficie che vi si era sopra distesa e che già avea servito alla coltivazione.
A riguardo di queste due nobili città rivenute al giorno, potevasi dire suggellato il vaticinio dal Venosino espresso nell’Epistola sesta del libro I a Numicio:
Quidquid sub terra est in apricum proferet ætas[108].
Se non che parve che una vera, regolare e non interrotta prosecuzione di tali scavi pompejani non avesse incominciato che nel 1799 e così vennero di poi alacremente condotti, che siasi oggimai presso alla scoperta di una metà della città, essendo tornate alla luce e mura e porte, e archi e vie molte, e templi e basiliche, e fori e terme, anfiteatro e teatri, case e tombe, in una parola tutta la parte più interessante, tale dovendo ritenersi appunto e per essere quella che si distendeva lungo la marina e che doveva però essere indubbiamente la meglio ricerca per la sua animazione prodotta dal porto e da’ publici ufficj che si adivano e per la frescura che procacciava il mare e perchè in fatti vi si rinvennero i più cospicui edifici tanto publici che privati.
Se le escavazioni progredivano con certa regolarità, non vi si portavano nondimeno per lo addietro tutte quelle cautele, le quali valessero a tutelarle e difenderle dalla cupidigia di molti, dalla smania di tutti di posseder qualcosa di quanto si veniva scoprendo. Coi lavoratori stipendiati mescevansi troppo spesso estranei che s’appropriavano quel che potevano ascondersi e portar via: lucernette ed idoletti, gingilli e monete, cose preziose e volgari vennero così in copia asportati ed erano occasioni a tanto disperdimento l’accesso publico e il commercio che in Napoli e ne’ paesi prossimi a Pompei se ne faceva apertamente. Non v’ebbe di tal guisa publico o privato museo d’antichità in tutta Europa che non possedesse alcuna reliquia antica di questa città.