Ma per buona ventura fu posto freno e impedimento a ciò. Il commendatore Fiorelli — il cui nome ho già più volte citato e lodato, nè sarà l’ultima questa che l’avrò a ricordare, poichè esso si connetta necessariamente ad ogni discorso che di Pompei si faccia — giunto alla direzione e sovr’intendenza degli scavi, ottenne dal Governo che venisse limitato l’ingresso libero in Pompei ne’ soli giorni di festa; che pur in questi fosse il publico sorvegliato da’ guardiani da lui istituiti; che a’ forestieri e visitatori degli altri giorni, imponendosi una tassa di lire due si convertisse il prodotto a vantaggio degli scavi, e severi ordini si bandirono che vietarono l’appropriarsi del benchè minimo oggetto, fosse pure una lampadetta di terra cotta, o qualche piccolo vaso lagrimatorio; disposto avendo che tutto, nulla eccettuato, s’avesse a trasportare nel Museo Nazionale di Napoli a cui egli è tuttora preposto. Così l’egoismo privato più non detrae agli studj del publico.

In Pompei stessa venne un antico edificio acconciato a scuola d’antichità, comunque non vi sia ora più d’uno studioso che vi dimori. Colà nondimeno vi si accolgono oggetti di ogni maniera trovati e tutte le publicazioni che trattano di Pompei, o vi hanno qualche attinenza. Il Giornale degli Scavi ne publica mano mano l’elenco, in un con dottissime dichiarazioni di iscrizioni, di edificj o d’altre cose che si vengono ritrovando. Augusto Vecchi, il bravo patriοta e soldato delle italiane battaglie, più mesi soggiornando, solitario nella risorta città, pensò e scrisse il suo libro che denominò Pompei e intitolò a’ Mani de’ Pompejani, e in cui colla potenza della sua fantasia ravvivò le morte generazioni e le morte cose, riconducendo i lettori all’epoca del novissimo giorno pur da me storicamente descritto e tenendo conto il più fedele che possibile fosse del vero nell’opera sua di romanziero.

Il lavoro di ciascun giorno per parte degli operaj adoperati dalla Amministrazione, sebbene proceda lento, conduce nonostante sempre alla scoperta di interessanti cose e la fortuna corona spesso il desiderio di chi fa gli onori agli illustri personaggi che traggono a visitare Pompei, nelle felici invenzioni di oggetti preziosi che poi figurano nelle bacheche del napoletano Museo. Io pure assistetti all’opera della marra e dello sterramento di una casa pompejana, coll’agitazione prodotta dal desiderio e dal timore insieme che i morti abitatori di essa emergessero da quelle ceneri, e formai voto che il Governo stanziasse maggiori fondi a tai lavori: ma chi può attendersi che in Italia si volga ancora il pensiero e le cure alle arti, quando l’imperizia o peggio de’ governanti ha già tanto pesato sui contribuenti?

Noi abbiamo dunque dimenticato troppo presto che fu sempre

D’ogni bell’arte Italia antica madre

e che se potemmo dare mentita nel passato a chi Italia aveva detto nome geografico e nulla più, non era stato che per ciò solo che mai non avevamo perduto lo scettro dell’Arti Belle.

Discorso dell’origine, del progresso e dello stato attuale delle escavazioni, quantunque il perimetro della città non sia peranco interamente sterrato; pure dai fatti esperimenti fu dato misurarne l’estensione che si computa a circa quattro miglia, compresi i sobborghi, ed è concesso di fornirne la topografia.

Pompei venne costruita su di una collina digradante al mare che in passato la circondava da due lati e ne costituiva quasi una penisola. Se si riguarda alla pietra su cui si fonda e che è di natura vulcanica, anzi direbbesi antichissima lava, si avrebbe argomento a credere che il terribile incendio del Vesuvio del 79 fosse stato ne’ tempi caliginosi della storia preceduto da altri non minori cataclismi, pei quali la lava o fosse fin qui fluita da quel formidabile serbatojo, o avesse trovato altri aditi divisi dal cratere per uscire ad allagare la circostante pianura; seppure questa collina stessa non fosse una bocca vulcanica pari ad altre che si veggono attorno al Vesuvio. Strabone portò l’egual congettura, constatando prima la sterilità della vetta cinericcia del Vesuvio, poi le sue profonde caverne e le diverse spaccature, e reputò doversi per avventura attribuire al suo fuoco e alle sue ceneri la miracolosa fertilità, per la quale va la Campania distinta.

Ma più specialmente catastrofi non di molto dissimili toccate a’ paesi circostanti, sia per tremuoti come in quello memorabile da me riferito del 63 di Cristo, sia per eruzioni ed anche a Pompei, lo attesterebbe il nome stesso della città, se è vero quel che afferma la Dissertatio Isagogica di C. Rosini, che essa venisse chiamata dapprima Pompìa, e che ciò significhi fuoco spento[109]. Nella Via delle Tombe inoltre vennero trovati in qualche luogo negli scavi, esistenti sotto le costruzioni di romana origine, avanzi di altre precedenti opere muratorie d’epoca assai remota e oggetti d’origine etrusca. Dalla parte opposta a Napoli, da cui dista forse una quindicina di chilometri, ho già detto che il seno che vi formava il mare ed entro cui aveva la propria foce il Sarno, avesse costituito naturalmente un porto capace di molte navi, anzi, secondo alcuni, perfino di una intera flotta e che giovava ai bisogni non della sola Pompei, ma di Acerra e di Nola, onde per i legni che scendevano o risalivano di continuo codeste sponde, avesse ragione Strabone di designarlo come un importante porto e di far della città un vero emporio, molto più che, navigabile allora il Sarno, avesse preferenza sui porti di Stabia e d’Ercolano, per il vantaggio che offriva del trasporto delle merci che giungevano nell’interno del territorio.

Più in là del porto e verso Stabia — ed or direbbesi verso la via che scorge a Castellamare, città che sorge appunto sulle rovine di Stabia, fatte prima da Silla e compiute poi dal Vesuvio — erano le Saline di Ercole, di cui si veggono oggi pur le vestigia nel luogo detto Bottaro e la palude a cui fa cenno L. G. Moderato Columella, non che il verso seguente che ne fa gradevole menzione: