Quæ dulcis Pompeja palus vicina salinis,

Herculeis....[110]

e più presso la città le cave delle pomici e delle moli olearie, ricordate quelle da Vitruvio, da Catone queste.

Ora il mare s’è ritratto di oltre un miglio e fu proprio, come nel precedente capitolo ho detto, nell’occasione del cataclisma che ho descritto: nè senza del resto così formidabili avvenimenti, può constatarsi questo ritrarsi del mare anche altrove. Ravenna, che fu principale stazione navale de’ Romani al tempo di Augusto; e Pisa, che pur nel medio evo fu città marinara e insigne tanto da misurarsi col naviglio amalfitano e genovese, distano oggi di molte miglia dal mare. Venezia ha già veduto abbassarsi il proprio estuario: chi sa che un giorno non appaja una favola la sua fondazione sulle palafitte di Rialto e dove furono le lagune non iscorra più la bruna e misteriosa gondola, ma venga in quella vece tratto dal pigro bove l’aratro?

Il Sarno, ho pur detto, che, dappoichè non aveva più a bagnare la viva Pompei, ammencite le sue acque, si fosse ridotto alla condizione di umile ruscello; la sua vasta imboccatura è segnata ora dal luogo che si denomina la valle e la sua antica importanza che aveva già prestato orgogliosamente il suo nome a’ popoli Sarrasti, come ne lasciavan ricordo que’ versi di Virgilio, che parlando di Ebalo, dice com’ei comandasse

Sarrastes populos, et quæ rigat æquora Sarnus[111]

or appena si rileva da chi, rimembrando i passi de’ latini prosatori e poeti che ne ripeterono i vanti, ne richiede contezza; sì che di lui ad egual ragione dir si potria quello che il Sebeto, da cui Napoli si designa, ebbe ad esser chiamato da Metastasio:

Quanto ricco d’onor, povero d’onde.