Anche di cielo: perocchè se le pioggie incessanti che attristarono nel dicembre scorso il zaffiro del nostro firmamento, pur non graziarono Napoli in que’ giorni ch’io mi vi trattenni, colà chiamato dall’amore di un fratello, che testimonio mi voleva alla gioja più santa di sua casa — alle nozze, vuo’ dire, dell’unica figliuola; — nondimeno quattro o cinque di que’ giorni il sereno rifulse in tutto il più puro splendore ed ammirai taluno di que’ tramonti che io per lo addietro avevo scorto in qualche tela smagliante e giudicato traviamento di tavolozza, tanto calde e vaghe erano le tinte, tanto vaporose od accese, violacee e d’oro, sì che l’antica Caprea di Tiberio, che dal mio balcone di Chiatamone[3] vedevo sorgere in bella lontananza davanti, ne fosse tutta di quella luce circonfusa e splendente. Sotto quel cielo, con quell’aere così clemente anche nel verno, io compresi perchè le ubertose campagne che avevo attraversato avessero a quella terra meritato da’ Quiriti il nome di Campania Felice, e perchè il vecchio Plinio lasciasse scritto[4] che Bacco e Cerere si disputassero la gloria d’arricchirla, e i vini della quale producessero l’ebbrezza e fossero famosi per tutta la terra, siccome il falerno, il cecubo, il massico e quel di Celene cantati da Orazio. Con quegli spettacoli di natura io facilmente mi spiegai perchè in Pompei traesse Cicerone a riposarvi gli ozj consentiti dal foro, oppure da’ publici officj; perchè Sallustio vi venisse del pari a dettare le poco sincere, ma eleganti pagine della Guerra di Catilina; Ortensio riparasse nella sua villa di Bauli a trovare amena tranquillità[5]; e Virgilio soggiornasse in Posilipo e vi morisse; e Stazio e Silio Italico e altri illustri vi si ispirassero e le loro ville e le terme vi rizzassero, accorrendo dall’Urbe, i proconsoli a sfruttare le immense rapine fatte nell’Asia ai popoli trionfati, e i Cesari, sitibondi di voluttà e di libidine, quivi si conducessero siccome a più propizio teatro.

E Baja? E Nisida? E Procida? E Ischia? E Ventotene? E Ponza?... Luoghi od isole tutte vaghissime e lussureggianti pei colti e pei fiori e per naturali fenomeni che tengon del magico, che vi commovon la fantasia, che vi esilarano il cuore e le cui bellezze io non presumo nella povertà dello ingegno di pur accingermi a qui ritrarre.

E le altre terre dove lascio io mai, celebrate nelle immortali pagine degli storici e dei poeti antichi? E l’oppido Cimmerio, memorato da Omero nel Canto XI dell’Odissea[6]; e i Campi Flegrei visitati da Ercole, e la palude Acherusia vicina a Cuma, ove la Sibilla rendeva i suoi fatidici responsi, e i cui libri contenenti fata urbis Romæ come attesta Lattanzio[7], ella offerse a Tarquinio il Superbo, e il lago Lucrino e quello d’Averno ad esso congiunto, ed entrambi illustrati dal Mantovano in que’ versi, che non so dispensarmi dal riferire:

An memorem portus Lucrinoque addita claustra

Atque indignatum magnis stridoribus æquor:

Julia qua ponto longe sonat unda refuso

Tyrrenusque fretis immittitur æstus Avernis?[8].

Venitemi ora a dire del Sannazzaro, del Marino, della Vittoria Colonna, del Di Costanzo e del Rota; venitemi a parlare ora della Guacci, della Milli, della Oliva-Mancini; venitemi a ripetere che più d’un bifolco persino registrarono le storie della italiana letteratura aver nel mezzogiorno della penisola ben poetato all’improvviso: ma e chi in mezzo a così fatti prodigi di natura, ricinto da così classiche memorie, non si sentirebbe poeta? Come non vi troverebbe ispirazione e canto?... Où sourit le ciel, ben sentenziò il Lamartine, l’homme est tenté de sourire aussi.

Ebbene, o Lettore, allorchè ho dovuto togliermi all’amplesso fraterno per ritornarmene alla mia natale città; quando dallo sportello del mio vagone io vidi poco a poco dileguarsi al mio sguardo e la piana superficie del Tirreno, e i palagi di Napoli, e i monumenti del suo gran Cimitero, distribuiti per la china del monte, che la locomotiva rasenta, e la vetta fumigante del Vesuvio, e via rapidamente portato frammezzo i colli della Terra di Lavoro, io mi ritrassi nel mio posto, brulicante il capo di memorie, e quasi a forza io mi voleva soffermare col pensiero in qualche cosa di più incantevole che avevo veduto, mi trovavo invece sospinto....

— Dove? — domanderete voi.