Fra le Rovine di Pompei.
Tra quelle rovine che qualche dì prima avevo visitato, fra cui ero rimasto una intiera giornata, e che di poi lasciate, non m’erano uscite più dalla memoria, in cui credo vi rimarranno tutta la vita, tanto malinconica e sublime era stata l’impressione che ne avevo ritratta.
In quella mia peregrinazione io avevo sperato d’avere a guida quel dottissimo uomo e fior di cortesia che è il commendatore Giuseppe Fiorelli, soprintendente agli scavi dell’antica e sventurata città, che si va disseppellendo, e direttore del Museo Nazionale in Napoli, e certo allora mi sarebbe stata più profittevole, come quegli che degli scavi ebbe inoltre a donare all’Italia un’opera, alla quale in un con altri suoi meriti legherà perpetuamente il suo nome. Ma il caso aveva voluto che il dì innanzi avesse egli dovuto accompagnare colà S. A. il Principe Ereditario d’Italia e S. A. il Principe Ereditario di Prussia: epperò mi fu forza acconciarmi d’altro de’ guardiani, organizzati militarmente dal Fiorelli, abbastanza istrutto della località, facendo nel resto richiamo per me medesimo a quanto già nella memoria serbavo della lettura di peculiari monografie, e più che tutto, ajutato dal ricordo de’ classici scrittori della latinità, di cui piacevami ad ogni tratto porre a raffaccio le citazioni coi luoghi.
L’artista che pinge il paesaggio, se avviene che percorrendo vallate e monti, campagne e selve, ritrovi nuovi orizzonti pittoreschi, punti vaghi di vista, rupi o cascate, macchie d’alberi o frondeggi di bell’effetto, ecco arrestarsi sollecito e sul cartone schizzare studj dal vero, e porre mano ai pennelli per ritrarne le curiose gradazioni della luce e dei colori: io adoperai alla mia volta egualmente in Pompei. Presi note alla matita, sgorbiai ricordi a me solo intelligibili e passeggiandone tutte le silenziose vie, entrando nel foro, rovistando la basilica, esaminando le mura e gli archi, i templi e le terme, le tabernæ e le case, le fontane e le porte, il lupanare e i teatri, così venni il tutto stereotipando nella mia mente, che mi è di presente concesso dare ordine alquanto a’ quei Ricordi e confidarli a queste pagine meno labili della mia memoria.
Bartolo, insigne professore di diritto del secolo decimoquarto nella pisana Università, un dì scrivendo di Paolo, giureconsulto romano, così lagnavasi della costui oscurità da sclamare nel suo grosso latino: iste maledictus Paulus ita obscure loquitur ut vix intelligi possit et si præsentem haberem, per capillos interrogarem: or bene minor fatica accadrà certamente che compia chi vorrà interrogare le Rovine interessanti di Pompei, e renderanno anco una volta ragione a quello straniero scrittore che, rapito di entusiasmo dinanzi ai monumenti disseminati per tutta Italia, ebbe a dire non avere gli Italiani bisogno ch’altri scriva la storia del loro paese; perocchè ad essi l’apprenda ogni reliquia dell’antico e perfino quasi ogni sasso.
Esse diranno la storia e i costumi d’un popolo con bastevole chiarezza, riveleranno la vita publica e quella del domestico focolare, e ripeteranno quasi le intime parole di cittadini, cui nel vigore dell’esistenza sopravvenne il novissimo giorno accompagnato dai terrori di un cataclisma, per il quale sembrò vero ai loro occhi quel che il Poeta aveva pochi anni innanzi cantato, enumerando i gravi avvenimenti futuri, de’ quali il sole ha costume ammonire gli uomini, che, cioè, l’universo creduto avesse omai a sè giunta la suprema rovina:
Impiaque æternam timuerunt sæcula noctem[9].
E la succitata opera del chiarissimo commendatore Fiorelli[10], e l’altra colossale del pari, dei fratelli Fausto e Felice Niccolini[11], successori al loro padre cav. Antonio, architetto di Casa Reale e Direttore dell’Istituto delle Belle Arti che la iniziò e il Giornale degli Scavi, che si vien publicando del pari in Napoli, e il buon libro di C. Augusto Vecchi[12], troppo presto rapito alla Patria, cui ebbe il suo braccio e gli studj suoi consacrati; e Garrucci che illustrò le iscrizioni graffite sui muri di Pompei[13], ed altre monografie ed articoli e persino romanzi, come quello del Bulwer, sono là per attestarlo.
Io non ho l’ardimento di portar una luce qualunque nel rendermi interprete alla mia volta di quegli avanzi eloquenti: solo scrivendo questi Ricordi ho voluto soddisfare ad un desiderio del mio cuore e alla preghiera di un amico, a me provatissimo, l’egregio publicista e letterato Pietro Cominazzi, il quale mi fu all’opera maggiore incitamento.
Milano, addì 1.º Gennajo 1870.