Fin sulle botteghe pompejane sculti o dipinti veggonsi ancora i phalli, sconci emblemi, diremmo adesso, ma usitati e frequenti allora, perchè si tenessero siccome efficaci talismani contro le male influenze, o come chiamerebbesi odiernamente nell’Italia Meridionale, dove son tuttavia quelle ubbie radicate, contro la jettatura. I phalli dovevano, nell’intendimento de’ Pompejani, come adesso de’ Napolitani i corni di bufalo o di corallo, allontanare ogni disastro da’ commerci e valer di propizio augurio; e così vi aggiungevano fede, che lavorati in corallo od in ambra, in oro, argento o bronzo, si portassero pure da fanciulli e da vergini donzelle sospesi al collo siccome fanno, per ragione d’ornamento, le nostre donne oggidì con medaglioni ed altrettali gingilli. Questi emblemi non è dunque vero che valessero sempre a designare i ricetti della prostituzione; onde uno di essi può vedersi su d’un pilastro dell’albergo di Albino, del quale ho già parlato, e certo non ad altro scopo che d’essere talismano onde tener lontano da’ viaggiatori e dal luogo dato all’industria i mali influssi del fascino o mal occhio. Che poi a scongiurare maleficj e fascini si adoprassero oggetti turpi e ridicoli, fra cui il phallus, l’apprendiamo da Plutarco[123]; e S. Agostino nel libro 7, c. 24 De Civitate Dei, ci fa sapere come l’osceno emblema venisse persino recato inalberato su di un’asta in processione per le campagne con grande pompa in onore e nelle feste di Bacco[124]. Altri amuleti ritrovati negli scavi rappresentavano scarabei, uccelli, testuggini e pesci.

Io già toccai in un antecedente capitolo, parlando delle costumanze pompejane, come si solesse per le vie, nè più nè meno che si pratica odiernamente da noi, scrivere ne’ luoghi più frequentati annunzi ed affissi di proposte di pigioni e sollecitazioni di voti, sia a proprio vantaggio, sia a quello di talun candidato alle cariche più elevate, e recai a prova diverse iscrizioni di questi generi: dissi che altrettanto si usasse, per avvertire spettacoli publici e ne recai pure esempio trascrivendo taluno di siffatti avvisi rinvenuti sulle muraglie esterne delle case in caratteri rosso o nero; ora mi rimane ad accennare come la pratica servisse altresì ad altre più curiose bizzarrie.

Era questa l’abitudine di oziosi, di cui certamente abbondar doveva Pompei, di amanti, che per avventura non avevano tutto l’agio che si ha adesso di far pervenire alla fanciulla amata l’espressione de’ proprj sentimenti, di soldati o gladiatori petulanti, di scrivere o graffire con qualche punta su’ muri o motti o sentenze o dichiarazioni d’amore o stupide insolenze. Gli scavi han pure fatto rivivere tuttociò e facilmente si posson leggere tuttavia queste iscrizioni d’ogni colore e sapore, come se solo jeri fossero state scritte o graffite. Nè sicuramente furono poche quelle che vennero lette sia nella lingua osca, che sembra essere stata la volgarmente parlata, come già m’espressi, sia nella latina, se valsero a materia d’illustrazione ad uomini assai dotti, per opere speciali, quale quella del Garrucci dal titolo appunto di Inscriptions gravées au trait sur les mures de Pompei e l’altra del Fiorelli Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa, le quali già m’avvenne di menzionare al principio di questo mio libro.

Non s’è inoltre dimenticato certo il lettore dell’episodio per me narrato in addietro della contesa seguita nell’Anfiteatro tra Nocerini e Pompejani: anche in quella occasione ho già segnalato come il mal animo paesano si disfogasse con una caricatura e con una iscrizione sulle mura esterne della via di Mercurio. Tutto ciò addimostra come fosse lo scrivere sulle muraglie entrato nelle abitudini di tutti e per tutto.

Annunzj, indicazioni ed epigrafi d’ogni natura, scritte o graffite per lo più da persone incolte, abbondano di scorrezioni: peggio poi in que’ versi di Virgilio, di Properzio e di Ovidio che trovansi riferiti con errori o varianti. Al qual proposito non lascerò per altro di fare un rilievo: che, cioè, fra tutti questi saggi di popolare erudizione non si rinvenga una sola citazione di Orazio. Poeta quant’altri mai di castigato gusto e di immortale fama, non può dar motivo a giustificare una tale impopolarità in Pompei, se non in questa considerazione che per l’indole appunto più peregrina ed elevata de’ suoi carmi non riuscisse per avventura troppo alla mano per persone del volgo, come potrebbesi, a cagion d’esempio, trovar a’ dì nostri alcun riscontro nel Giusti, più noto agli studiosi che non al volgo de’ lettori. Il Bulwer invece, a cui non poteva certo essere sfuggita del pari una tale osservazione, nel suo bellissimo romanzo L’ultimo giorno di Pompei, al quale per altro voglionsi perdonare talune scortesie mordaci all’indirizzo degli Italiani moderni, che sarebbonsi da lui potute lasciare nella penna e la sua storia non ne avrebbe certo patito e avrebbe anzi per noi camminato meglio; il Bulwer, dissi, al banchetto di Glauco, fa che cantori e suonatori eseguiscano l’ode di Orazio da lui medesimo musicata: Persicos odi, puer, apparatus[125]; ma Glauco era un giovine greco a cui il cielo era stato largo di tutti i suoi beni.... gli aveva dato la bellezza, la salute, la ricchezza, l’ingegno, un’origine illustre, un cuor di fuoco e un’anima piena di poesia[126], e a lui però dovean essere famigliari anche i versi del Venosino.

Un giovinetto, esempi grazia, aveva graffito questo verso su d’un muro:

Candida me docuit nigras odisse puellas[127],

e tosto sotto una donna, o tal altro bizzarro spirito; ricattandosi dell’ingiuria lanciata alla ragazza bruna; soggiunge:

Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo.

Scripsit Venus physica Pompejana[128]