Via Consolare. Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc.

Grandi e piccole sono le vie sinora scoperte: la Consolare è tra le prime. Era questa la via che ora accennai staccarsi dalla Domiziana e percorrendo la suindicata località formava una diramazione della famosa via Appia, detta la regina delle vie[121], la quale assunse il nome da Appio censore e partendo dalla Porta Capena di Roma, o piuttosto dal Settizonio, e giù giù, comunicava colla Domiziana, giusta la memoria lasciataci da Strabone: Tertia via a Regio per Brutios et Lucanos et Samnium in Campaniam ducens, atque in Appiam viam[122]. Di questa, fuori della città, come la Latina e la Valeria, non se ne hanno più che pochi ed appena discernibili avanzi. La più parte tuttavia di questi appartiene alla seconda.

Più anguste erano le vie di Pompei dal lato occidentale e più irregolari: presso al Foro ed a’ teatri appajono più larghe e diritte, come infatti lo esigeva la maggiore affluenza di gente che per quelle traeva.

Come tali vie interne della città si chiamassero in antico non oserei qui affermare: l’indagine sarebbe troppo ardua: la denominazione che si hanno di presente ebbero dalle particolarità che vi si ritrovarono. La Via dell’Abbondanza, a cagion d’esempio, chiamata dapprima Via de’ Mercanti, per la continuità delle botteghe che vedevansi dall’uno e dall’altro lato succedersi, mutò di poi nome a causa della figura scolpita sulla prima fontana che vi si incontra. Questa via doveva essere chiusa da porta dal lato del Foro, perchè tuttavia si osservano nel pavimento i buchi occupati dagli arpioni e i piombi che li suggellavano. La Via del Lupanare, dove erano la fabbrica del sapone e le case di Sirico, di cui a suo luogo m’avverrà di dire, ricevette la denominazione dal luogo destinato a’ piaceri sensuali, che in essa vi è, e il cui uso è anche di troppo attestato da pitture e iscrizioni graffite le più indecenti. La Via d’Augusto le è contigua; quella della Fortuna ha il tempio dedicato a questa volubile Diva; quella del Mercurio, quella delle Terme, ove appunto sono i bagni publici, e quella delle Tombe o de’ Sepolcri, sono le principali fin qui scoperte. Delle minori, o vicoli, nominerò alcune. Il viottolo de’ Dodici Dei, — Dii Majorum Gentium — dove sull’angolo vedesi una pittura rappresentante le dodici grandi divinità, che Ennio nominò in questi due versi:

Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,

Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo.

Al disotto sono dipinti due serpenti, come in guardia d’un altare sacro agli Dei Lari, epperò dagli antichi appellato Lararium: il viottolo del Calcidico, quello del Balcone pensile, dall’unico balcone che ancor si vede sorretto da molti sostegni per conservarlo, e quello fra la Via Stabiana e il Vicolo Tortuoso.

In ogni via eranvi poi fontane publiche, a cui l’acqua proveniva dalle più alte sorgenti del Sarno; così distribuivasi essa eziandio per le case più agiate, nelle quali veggonsi ancora condotti di piombo ramificati ascosamente dentro le pareti. Alle fontane pubbliche ricorreva ognuno ad attinger acqua con idrie, anfore e sitellæ, ed esse veggonsi pur adesso a vergogna delle nostre città, le quali risentono troppo spesso del difetto di ciò che dovrebbe entrare non unicamente nei modi consueti d’alimentazione, ma ben anco dell’igiene publica. Napoli e Firenze, a mo’ d’esempio, città insigni sotto ogni riguardo, più che altre, da lungo tempo sentono indarno il desiderio d’aver migliori e copiose acque, perchè i municipj in luogo di sollecitamente provvedervi, perdonsi in progetti e discussioni e così — solito vezzo nostro — nella vista del meglio si trascura il bene.

Sui canti ed a’ quadrivj eranvi altari a divinità tutelari, e già ricordai talun esempio; egualmente poi a’ costumi pagani, anche i cristiani si informarono e si vennero per le vie pur delle città più popolose erigendo tabernacoli, dipingendo madonne e santi, che per altro la civiltà moderna va facendo scomparire per rilegarli unicamente nelle chiese. I Pompejani avevano assai divozione per quei loro numi famigliari e ritraevano per ogni loro necessità auspicj da quella esposizione publica e profondevano venerazione; perocchè i pregiudizj e le superstizioni abbiano sempre nella bassa Italia, qualunque la religione, attecchito.

Nè a questo solo il sentimento religioso e superstizioso de’ pompejani si limitava; ma creduli a’ maleficj e fatucchierie, reputavano ovviarvi altresì con appendere amuleti.