Chiama poi specialmente la nostra osservazione il vedere come tutte le vie sieno da ambe le parti costeggiate da un rialzo o marciapiede. Non essendo ampie, questo sistema, adottato del resto anche altrove in tutte le vie consolari e militari, rendeva più facile la circolazione a piedi: perocchè l’un margine valesse a chi andava, l’altro a chi veniva: entrambi poi ad evitare l’urto delle ruote dei carri e delle bighe o d’altri plaustri e quello dei cavalli che tenevano il mezzo. Il qual mezzo della via, per laterali rialzi, costituiva quasi un letto di torrente, e giovava appunto al trascorrimento delle acque piovane, le quali in tempi d’acquazzoni o di lunghe piogge, atteso anche il declivio della città che degradava, come più volte dissi, al mare e che però precipitavansi dalla parte più alta, convertendosi in torrente, avrebbero altrimenti rese impraticabili le vie e innondate ben anco le abitazioni.
A tale effetto si riscontrano di tratto in tratto in questo mezzo delle vie come degli spiragli quadrati protetti da inferiate, per i quali le dette acque piovane mettevansi, rivelando altresì come di sotto vi fossero opportuni condotti che poi sfogavansi nel Sarno; tal che l’edilizia d’allora nulla avrebbe di certo ad imparare dalla moderna, alla quale si può francamente affermare essere stata in cotali opere maestra.
L’abate Domenico Romanelli, nel suo Viaggio a Pompei, osservò eziandio in tutto il corso principale della città nel rialto di queste viottole, com’egli chiama i marciapiedi, alcuni forami che servivano senza fallo per attaccarvi i bestiami, se taluno avesse dovuto trattenersi, ovvero entrare nelle botteghe o nelle case; a un dipresso come in Firenze e altrove vedonsi per lo stesso scopo infissi ancora nelle muraglie de’ più cospicui palazzi de’ grossi anelli in ferro od in bronzo artisticamente lavorati, ond’esservi accomandati, cioè, i palafreni de’ cavalieri visitatori.
L’inglese che visita Pompei se ne parte adunque con una disillusione di più per l’amor proprio del suo paese e massime de la sua Londra. Egli che sin a quel giorno ha per avventura attribuito ad esso il vanto dei provvidi marciapiedi delle sue vie, s’accorge invece esserne stato preceduto da quasi diciotto secoli da Pompei, tanto piccola in comparazione della sua popolosa capitale. Oh shocking!
Per transitare poi dall’un marciapiede all’altro, senza l’incomodo della scossa che si riceve dallo scendere l’uno e dalla fatica dello ascendere l’altro, fatica pure sensibile in un clima meridionale, a’ capi delle vie trovansi collocati uno o più grossi macigni a superficie piana nel mezzo, i quali essendo all’altezza de’ marciapiedi, servivano come di transito o ponte. Quei macigni sono poi collocati in modo che i carri e le bighe possano fra gli spazj laterali trovar passaggio alle ruote loro. Di tal guisa, anche in tempo di pioggia era lecito attraversar la via senza entrare nel grosso letto delle acque che tra i due rialzi scorrevano come gore o torrenti.
Ho già ricordato come il lastricato di queste vie si costituisse di larghi massi di pietra del Vesuvio, i quali sebbene appajono irregolari, cioè tagliati ad esagoni, ottagoni e trapezj e quasi disordinatamente posati, pure per virtù di un tenacissimo cemento che vi sembra pietrificato, si uniscono abbastanza bene per guisa, che anche adesso, dopo i molti anni da che sono scoperti, vi sia ben conservato. La base su cui posano è formata di altro strato di acciottolato e di arena, com’era uso generale degli antichi che siffatto metodo chiamavano sternere; onde dal participio di questo verbo, stratum, ne derivò alle vie la denominazione di stratæ, e la nostra parola italiana strada. Tito Livio fa menzione di codesto sistema di viabilità in quel passo: Censores vias sternendas silice in urbe, et extra urbem glarea substernendas, marginandasque[118].
In parecchie delle vie vedesi per certi tratti codesto selciato assai sconnesso e negletto, ma tale nondimeno da lasciar credere che possa essere ciò stato l’effetto o del tremuoto o dell’ultimo cataclisma. Nondimeno vi si ravvisa a prima giunta la trascuratezza di sua antica manutenzione, e in verità me ne feci argomento di sorpresa da che a più dati avessi raccolto prove di sommo encomio per l’antica edilizia pompejana; ma un articolo dell’egregio F. Salvatore Dino me ne diè plausibilissima ragione, avendo rammentato come la manutenzione delle vie (munire vias) incombesse, per la legge Giulia Municipale che fu il fondamento delle costituzioni comunali italiche, ai proprietarj delle case per quel tratto che stava a queste davanti. Non essendo quindi a cura del Municipio la conservazione delle strade, la negligenza e l’impotenza dei detti proprietarj produceva quegli sconci spesso dannosi al traffico ed al passaggio cittadino. Dove da un lato erano publici edifici, la spesa della manutenzione dividevasi tra il proprietario da un lato e il comune dall’altro e da siffatto obbligo che era tra i tanti munera publica et privata, non poteasi alcuno esentuare e gli edili a cui apparteneva questa parte dell’amministrazione comunale avevano tali facoltà, che nel caso in cui quell’obbligo non si compisse, potessero indirettamente costringere i cittadini alla sua esecuzione. Così nella citata legge Giulia era prescritto che se alcun proprietario non attendeva alla conservazione della rispettiva parte di strada, l’edile la desse in appalto, annunziandola dieci giorni prima e naturalmente le spese che occorrevano venivano fornite in proporzione da’ proprietarj caduti in contravvenzione[119]. Altrettanto dicasi dei margini. Della giustizia delle quali osservazioni se ne può avere una prova nel riscontro delle vie peggiormente tenute avanti le case meno belle.
Due strade principali intersecavano Pompei: l’una verso settentrione che immettevasi nella via Popiliana e conduceva a Nola: l’altra si distaccava dalla Domiziana in Napoli — non Domizia come la più parte scrive, perocchè questa, testimonio Cicerone, fosse nelle Gallie[120] — passava per Ercolano ed Oplonte ed attraversando la città riusciva per la porta Isiaca lungo il Sarno e metteva capo a Nocera.