Ma colle mura non finivano i baluardi di difesa di questa città, le quali non ne proteggevano che quelle sole parti che si presentavano più esposte, e non erano, cioè, tutelate o dalla profondità della valle, come verso il lato d’Ercolano, o dalla elevatezza della collina. Perocchè da un’altra parte avesse eziandio il mare e da un’altra ancora il Sarno copioso di acque; sì che per quei tempi presentar potesse Pompei veramente l’aspetto e l’importanza d’una piazza fortificata dei nostri giorni, e fornir tutte le ragioni altresì d’avervi i Romani dedotta una colonia militare.
Della maniera di fortificazione usata in Pompei, secondo ho più sopra alla meglio intrattenuto il lettore, Vitruvio, nella sua famosa opera che tratta della architettura de’ suoi tempi, ne parla nel capo V del Libro I, e dà i tecnici particolari, a’ quali chi della materia si diletta, può con utilità rivolgersi, poichè ad altro ora mi chiama l’argomento[113].
Per più porte si entrava in Pompei: otto ne han distinte gli scavi che si vennero fin qui operando, due delle quali veggonsi tuttavia egregiamente conservate colla loro antica selciatura, e sono la Porta Ercolano, tutta di materiale laterizio con intonaco senza ornamenti, a meno che la sua vetustà non li abbia fatti rovinare, e la Porta Nolana, che menava a Nola, denominata tal Porta anche Isiaca, perchè presso vi fosse il tempio consacrato ad Iside e ne sussistono intatte le forti muraglie fatte di grossi massi vulcanici e con vôlta superiore.
Le altre sei porte appena si distinguono: esse hanno stipiti in grandi massi riquadrati, e si aprivano: l’una tra l’Anfiteatro ed il Foro Nundinario o quartiere de’ soldati, e si chiamava Porta Stabiana, perchè conducente alla città di Stabia; l’altra fra l’anfiteatro e la Porta Nolana, che per la vicinanza del fiume doveva per avventura chiamarsi Porta del Sarno; la terza era detta Nocera, la quarta di Capua, e così chiamavansi perchè mettevan capo alle vie per cui s’andava a quelle città; la quinta, che sorgeva fra la porta di Nola e quella d’Ercolano, era detta del Vesuvio, perchè in più diretta corrispondenza con questo monte; la sesta appellavasi della Marina. La scoperta di quest’ultima porta venne fatta nel 1863, mercè le sapienti ed esatte ricerche del commendatore Fiorelli. Innanzi a tale scoperta, era generale opinione che questa parte della città che discendeva al mare, come anche vi faceva cenno la sensibile pendenza del suolo, fosse sempre stata priva del muro di cinta e specialmente dalla porta d’Ercolano fino a quella di Stabia; ora la interessante scoperta del Fiorelli ha somministrato le più irrecusabili prove come Pompei fosse tutta quanta fortificata, e forse nelle ulteriori investigazioni e scavi verrà dato di conoscere ben anco se il muro che congiungeva le due suddette porte sia stato distrutto dalle funeste conseguenze della guerra.
Questa porta della Marina era posta sotto la protezione di Minerva, e la statua in terra cotta di questa dea, che vedesi ancora entro una nicchia a destra di chi entra, l’attesta.
Nella Porta d’Ercolano sono praticate tre arcate, quella di mezzo per i carri e le due laterali per i pedoni: essendo la principale arteria, come vedrem più avanti, era questo un ottimo accorgimento alla miglior sicurezza della vita ed a scanso di disordini d’ogni sorta.
È poi degnissima di osservazione il vedersi in questa Porta alle relative spalliere correrne tutto il lungo certe incavature destinate a ricevere la grossa imposta di legno, o saracinesca, che dal piano superiore si calava per chiudere; perocchè generalmente si reputasse fin qui che simil genere di fortificazione fosse il trovato de’ bassi tempi e medievali, ed ora invece colla scoperta di questa Porta di Pompei si abbia la irrefragabile prova che i vecchi castelli feudali non avessero fatto colle loro saracinesche che applicare quanto già gli antichi avevano praticato[114].
Finalmente è dato distinguere pur adesso il Vallo col gran fossato nella profondità di venti a trenta piedi con altro muro opposto, il quale serve di parapetto e controscarpa, novella testimonianza di più antica militare importanza, e nel quale i Pompejani degli ultimi tempi avevano publica e bella passeggiata.
Ora mi resta a compiere l’osservazione, per così dire, generale sulla struttura della città, di far menzione della sua interna divisione per quartieri o regioni, della sua suddivisione in isole o comprensorii di case isolate. Una carta iconografica degli Scavi del 1868 unita alla Nuova Serie del Giornale degli Scavi e che può dirsi una Pianta di Pompei, dimostra questa città divisa in nove regioni, delle quali non apparirebbe scavata interamente che la settima, buona parte della sesta, un’isola della prima, una della nona e cinque della ottava ed una, cioè l’anfiteatro, della seconda. La regione settima vedesi ripartita in quattordici isole, della seconda delle quali è fornita una pianta, e la sesta ne ha sterrate undici. Tutte le isole poi avevano una propria denominazione, desunta forse dal principale suo proprietario, siccome è manifesto dalla epigrafe, che ho già riportata e che per la prima volta venne edita dal Mazois[115], che ne apprese denominarsi Insula Arriana Polliana, quella ove trovavansi ad affittare le botteghe, colle pergole ed i cenacoli equestri di Gneo Alifio Nigidio Maggiore. Argomentando da questa nomenclatura, il chiarissimo archeologo De Petra crede potersi denominare l’insula prima della regio prima Popidiana Augustiana, perchè il proprietario principale della casa che in essa si trova, finora appellata del Citarista, risulta dalle graffite epigrafi publicate dal Zangemeister[116] essere stato Lucio Popidio Secondo, coll’aggiuntogli nome di Augustiano, forse per un sacerdozio di Augusto da lui esercitato[117]. Con siffatto criterio non sarà forse impossibile negli ulteriori disterramenti giungere a discoprire la più parte delle denominazioni, delle insulæ di tutte le regiones.
Entrati nella città, ho già detto in addietro la profonda e solenne impressione di dolore che subito vi produce. Queste vie deserte e mute, fiancheggiate da edifizj scoperti di tetto e smantellati, diroccati la massima parte interamente del loro piano superiore; questo lungo ordine di case da un lato e dall’altro succedentisi, numerizzate e recanti qui e qua affissi in caratteri rossi e neri di spettacoli, di pigioni, di raccomandazioni, di voti, di annunzj industriali, o iscrizioni bizzarre; questi emblemi sovrastanti alle tabernæ o botteghe e queste pitture che talvolta ne decorano la fronte; questi solchi che vedete profondamente impressi nella pur solida pietra vesuviana onde tutte le strade pompejane sono lastricate lasciati dal trascorrere de’ frequenti veicoli, vi fanno credere e persuadere che l’immane cadavere sia caldo tuttavia, che il suo cuore abbia dato appena il suo palpito supremo, che questa città soltanto jeri fosse piena di vita e di azione. Un sentimento adunque di sublime pietà s’indonna di voi dinanzi a tanta rovina, come precisamente se la catastrofe fosse l’opera appena della precorsa notte.