Questo vezzo di scrivere sulle muraglie all’indirizzo di alcuno o per alcun fatto e del quale conservasi pur tuttavia qualche tradizione, era sì comune a quei giorni, che il lettore rammenterà di certo quel passo di Cicerone, che nella terza Verrina accenna per appunto alle molte satire che i Siciliani scrivevano contro l’amica di Verre, la famosa Pipa, sulle pareti del tribunale e fin sopra la testa del pretore: De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur[138].
D’altre iscrizioni graffite meno vereconde non parlo: scusabili in Pompei, non lo sarebbero ora agli orecchi de’ lettori; non ommetterò tuttavia queste brevi, perchè presentano qualche somiglianza col moderno italiano:
Cosmus nequitiæ magnissimæ[139]
è scritto da uno, e da un altro vi si esclama:
O felice me!
Un terzo poi soggiunge:
Itidem quod tu factitas cotidie[140]
Avverrà che altrove, in altri successivi capitoli, io riferisca qualche altra publica iscrizione, richiedendolo l’argomento: per ora basti che il lettore abbia più d’una prova che anche certe infamie che si ponno da taluni credere importate dalle licenze d’una stampa fescennina e sovversiva, l’umanità le sapeva commettere egualmente e con soddisfazione di sufficiente publicità anche assai e assai tempo prima dell’invenzione di Panfilo Castaldi e di Guttemberg.
Se ne tengano per ammoniti
I lodatori del buon tempo antico.