In ragione del moltissimo culto che si aveva in Pompei la Dea Iside, il discorso mi chiama a intrattenermi ora e di essa e del suo tempio, che si presenta forse più interessante d’ogni altro.

Abbiamo veduto addietro come Roma avesse ospitato quanti numi stranieri ed accolto quanti riti fossero stati importati dalle genti vinte: pur qualche volta il Senato romano aveva dovuto interporsi per frenarne la strabocchevole inondazione non scevra da funeste conseguenze.

Il Tempio d’Iside in Pompei. Vol. I. Cap. VIII. I Templi.

Infra l’altre, la superstizione egiziana, la più spregevole ed abbietta di tutte, venne più volte bandita da Roma e dall’Italia; ma Silla, se per ispirito di devozione o per ragioni d’interesse non saprei dire, l’aveva ricondotta nel suo ritorno dall’Egitto. Nell’anno di Roma 701, a cagion d’esempio, il tempio di Iside e di Serapide fu demolito in questa città per ordine del Senato, portandovi a tale fatto la mano stessa del Console[187]; ma dopo la morte di Cesare fu riedificato a spesa del publico erario, perchè lo zelo di fanatismo prevalse ai freddi e deboli sforzi della politica. Gli esiliati numi dalle sponde del sacro Nilo tornarono, si moltiplicarono i proseliti, i templi furono riedificati con maggior lustro ed Iside e Serapide ebbero alfine un posto fra le romane divinità. Quali ne fossero anzi gli entusiasmi, e quanto generali, ce lo dicano i seguenti versi di Tibullo:

Nile pater, quænam possum te dicere causa,

Aut quibus in terris occuluisse caput?

Te propter nullos tellus tua postulat imbres.

Arida nec pluvio supplicat herba Iovi.