Augusto stesso, nella sua dimora in Egitto aveva rispettato la maestà di Serapide, quantunque proibisse nel pomerio di Roma ed un miglio all’intorno il culto dei numi egizii. Questi per altro finchè durò il suo regno ottennero voga moltissima, non perduta pur sotto del suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta, al dir di Tacito[194], ad usare qualche severità, dalla quale si scostarono i suoi successori ben presto, e Gibbon è dell’avviso che il sicuro e pieno stabilimento del culto di questa egizia divinità si possa attribuire alla pietà della famiglia Flavia[195].

Se tali erano state sotto la republica e sotto i Cesari in Roma le condizioni del culto isiaco, più fiorenti, nè mai turbate erano state nella bassa Italia e massime in Pompei. Esercitandovelo sacerdoti non provenienti dall’Egitto, ma romani e greci, vi avevano fatto tale un miscuglio di riti superstiziosi che poco del carattere primitivo vi ritenesse. Nondimeno a tanto fu mantenuto e spinto l’entusiasmo che le matrone pompejane spacciassero a loro spesa proprj incaricati in Egitto a pigliare l’acqua del Nilo stesso per le sacre cerimonie; lo che pur facevano le romane, stando alla testimonianza di quel verso dì Giovenale:

A Meroe portabat aquas, quæ spargat in ædem

Isidis[196]

e Meroe era tra le più grandi isole del Nilo e città interessante dell’Africa,

Toccando l’argomento di questo culto, si è invogliati di indagarne le origini e il vorrei fare, molto più che alcuna idea mi sarebbe ingenerata che scostandosi dalle ipotesi più generali, le quali seguendo una interpretazione data a un passo di Erodoto, derivar vorrebbero la famiglia Egizia dalla Etiopia, avvalorando l’opinione colla testa della Sfinge delle piramidi, la quale offre i caratteri distintivi del tipo negro. Io, il carattere dell’architettura principalmente egizia raffrontando con quello del Messico e Indiano e l’analogia fra i riti e le istituzioni di un luogo e dell’altro, argomento piuttosto ad una comune sorgente nell’India; se pure, rammentando quello immenso fenomeno ricordato da Platone della graduata sparizione di quella grande Isola che fu l’Atlantide, non si possa con più ragione congetturare che i popoli che l’abitavano dovendo per necessità abbandonarla, chi da una parte volgesse e chi dall’altra, gli uni passando al Messico, gli altri a popolare le terre fecondate dall’onda sacra del Nilo. La cronaca d’Eusebio appoggierebbe in certo qual modo codesta ipotesi mia, affermando che a un’epoca assai remota Etiopi venuti dall’India si sarebbero stabiliti nell’Egitto.

Ma ciò non accenno che di volo: la materia sarebbe vasta, ardua a trattarsi e superiore alle mie forze ed al tempo che mi è concesso: mi restringerò piuttosto a fornire sotto brevità alcune nozioni intorno alla teogonia egiziana.

Il politeismo egizio riducevasi a stretto rigore all’unità; tutti que’ Dei venendo considerati come altrettante emanazioni d’Amon-Ra, l’essere increato, immutabile, onnipossente, autore, conservatore ed anima della natura, costituente una trinità formata di lui stesso, di Moûth la femmina e la madre, e di Khons il figliuolo nato da essi. Questa trinità ne creava altre e la continua catena scendeva ben anco dai cieli e si materializzava sotto forme umane. Ogni regione dell’universo aveva la sua triade: quella che aveva la direzione della terra componevasi d’Osiride, d’Iside e di Horo, poi d’Horo, d’Iside e di Malouli. Il regno di quest’ultima triade aveva immediatamente preceduto la generazione degli uomini. Ella rappresentava il principio d’ordine nel mondo, mentre Tifone, fratello e nemico d’Osiride, rappresentava il principio del male.

«La leggenda egizia — scrive Clavel — raccontava che dopo aver civilizzato l’Egitto e fondata Tebe, Osiride volle estendere i suoi beneficj alla terra intera, e che visitò tutti i popoli, che sotto i diversi nomi le avevano inalzato altari. Ma al suo ritorno, Naphtis sposa e sorella di Tifone, si invaghì di sua bellezza e rivestendo l’apparenza d’Iside per ingannarlo si unì a lui e diede alla luce Anubi. Tifone così oltraggiato, ne concepì un fiero risentimento, tese agguati ad Osiride, l’uccise e gettò il suo corpo nel Nilo. Iside si mise alla ricerca della spoglia del proprio sposo, e giunse a rinvenirla, meno gli organi della generazione, ch’erano stati divorati da un pesce della specie chiamata fagro. Osiride ritornò dagli inferni, ma nella persona di Horo suo figlio. Poco a poco crebbe in forza e potenza, assunse il nome di Serapide e vinse il cattivo principio, che, latente nell’universo, non cessa di sconvolgerne l’ordine e di produrre ogni sorta di mali.»[197]

Il citato Clavel spiega nella seguente forma il senso che si asconde