. . . . Pictores quis nescit ab Iside pasci?[191]

e noi di presente facciamo del resto nè più nè meno davanti agli altari della Madonna e dei Santi nelle nostre chiese.

Proverà poi l’estensione del culto Isiaco in Roma e le ragioni del favore che vi aveva ottenuto, il lamento di Properzio per l’anniversario che ogni anno ad una determinata stagione vi si faceva delle feste di Iside, nelle quali le donne, colla scusa di un ritiro di dieci giorni e dieci notti, durante il qual tempo non ammettevano consorzio d’uomini e neppur de’ mariti, e dormivano sole nel tempio della Dea, davansi liberamente in braccio ad altri amanti.

Tristia jam redeunt iterum solemnia nobis:

Cynthia jam noctes est operata decem.

Atque utinam Nilo pereat quæ sacra tepente

Misit matronis Inachis Ausoniis.

Quæ Dea tam cupidos toties divisit amantes,

Quæcumque illa fuit, semper amara fuit.[192]

Anche Giovenale stigmatizza l’abuso di questi riti, chiamando Isiacæ lenæ (mezzane) queste sacerdotesse, o devote di Iside, che sotto il manto della religione si davano alla più sfrenata prostituzione.