«Presso i Romani, scrive Pietro Dufour nella sua Storia della Prostituzione[203], come in Asia, tali misteri erano meri pretesti ed occasioni di disordine d’ogni sorta; la prostituzione singolarmente v’occupava il primo posto. Ecco perchè il tempio in Roma fosse distrutto e riedificato per ben dieci volte; ecco perchè il Senato alla fine non tollerasse le isiache, che per la protezione interessata, accordata loro da cittadini ricchi e possenti; ecco perchè non ostante la prodigiosa diffusione del culto d’Iside sotto gli imperatori, gli onesti s’allontanassero con orrore, e nulla più disprezzassero quanto un sacerdote d’Iside. Apulejo, nel suo Asino d’Oro, ci fa una ben mite descrizione di tali misteri, a cui s’era iniziato e non permettevasi di svelarne i riti segreti; descrive la processione solenne, in cui un sacerdote porta nelle sue braccia la venerabile effigie della Dea onnipotente, effigie che nulla ha dell’uccello, nè del quadrupede nostrale o selvaggio e più non somiglia all’uomo, ma nella stranezza sua medesima venerabile, e che ingegnosamente caratterizza il misticismo profondo e l’inviolabil segreto di cui si cinge codesta augusta religione. Davanti l’effigie, che non era che un phallus d’oro, cioè l’emblema dell’amore e della fecondità, andava una folla di gente iniziata d’ogni sesso, età e condizione vestita di lini bianchissimi; le donne cingevano di veli trasparenti i capelli pregni d’essenze, gli uomini, rasi sino alla radice de’ capelli, agitavano sistri metallici. Ma Apulejo serba prudente il silenzio su quanto si faceva nel santuario del tempio, ove compivasi l’iniziazione a suon di sistri e piccole campane. Gli scrittori antichi tacquero tutti intorno al soggetto delle misteriose iniziazioni, che dovevano essere sinonimo di prostituzione. Gli imperatori stessi non arrossirono di farsi iniziare e di prendere per ciò la maschera a testa di cane in onore di Anubi figliuolo di Iside.»

Era quindi questa Dea, ben più di Venere, la regina della prostituzione sacra a Roma e in tutto il romano impero ed aveva semplici cappelle dappertutto, al momento della maggior depravazione dei costumi. Il tempio principale era nel campo di Marte; le adiacenze, i giardini, i sotterranei d’iniziazione dovevano essere bene ampii, ascendendo a più migliaja d’uomini e donne gli iniziati che accorrevano a processione nelle feste isiache.

Di più nel recinto sacro eravi commercio continuo di dissolutezza, al quale i sacerdoti d’Iside, lordi di ogni vizio e capaci di ogni delitto, prestavano volentieri l’opera loro. Formavano essi un ben numeroso collegio, che viveva in una oscena famigliarità; lasciavansi andare a’ traviamenti tutti de’ sensi, nella sfrenatezza delle passioni, ubbriachi sempre e ripieni di cibo, giravano le vie della città vestiti dei loro lini macchiati e sudici, colla maschera da muso di cane sulla faccia, ed in mano il sistro, scrollando il quale chiedevano l’elemosina, battevano alle porte e minacciavano la collera d’Iside a chi si rifiutava di farla. Essi esercitavano nello stesso tempo l’infame mestiere di lenoni, incaricavansi, concorrendo colle vecchie meretrici, di tutti i negozj amorosi, delle corrispondenze, degli erotici convegni, dei traffici e delle seduzioni. Il tempio e i giardini erano asilo ai protetti amanti e agli adulteri da lor travestiti con abiti e veli di lino. I mariti ed i gelosi non penetravano impunemente in quei luoghi consacrati al piacere, ove non si vedevano che coppie amorose, ove non si ascoltavano che sospiri coperti dai suoni dei sistri. Giovenale — come gli altri poeti che già citai — parla in più luoghi nelle sue Satire delle pratiche dei santuarj d’Iside. Rammento questi versi della Satira IX a Nevolo Cinedo:

Nuper enim, ut repeto, fanum Isidis et Ganymedem

Pacis, et advectæ secreta palatia matris,

Et Cererem (nam quo non prostat femina templo?)

Notior Aufidio mœchus et celebrare solebas[204].

Il tipo di Arbace nel bel romanzo di Bulwer è l’espressione fedele della dottrina e della brutale passione ad un tempo del sacerdote di Iside: quello di Caleno del sacerdote lenone, scellerato e schifoso. Apecide, il severo fratello di Jone, aveva avuto ben d’onde d’essersi presto stomacato di quelle sacerdotali nefandità.

Era stato in Pompei questo culto introdotto dagli Alessandrini, che pei loro commerci avevano assai frequenti occasioni di venirvi; e però molti di que’ del paese eransi presto a’ misteri Isiaci iniziati, questi essendo in venerazione di tutti. Più tardi s’era infiltrata indubbiamente anche in Pompei la corruzione isiaca, greca e romana. Se non temessi dilungarmi di troppo e non avessi presente l’economia dell’opera, riferirei i riti dell’iniziazione, diversi assai nell’origine loro egizia dalla degenerazione europea, e l’importanza che vi si assegnava; ma essi inoltre avevan luogo, nel solo Egitto, e non riguardavano d’altronde i misteri minori che celebravansi, ne’ templi altrove.

Mi restringerò dunque alla descrizione materiale del tempio d’Iside pompeiano.