Sul frontispizio della porta di questo tempio in una tavola di marmo si leggeva un’iscrizione che importa riferire per racchiudere essa dati storici di non dubbio interesse:

N . POPIDIVS . D . F . CELSINVS
ÆDEM . ISIDIS . TERRÆ . MOTV . CONLAPSAM
A . FVNDAMENTO . P . S . RESTITVIT . HVNC
DECVRIONES . OB . LIBERALITATEM
CVM . ESSET . ANNORVM . SEXS . ORDINI . SVO
GRATIS . ADLEGERVNT[205].

Poco monta a noi di risollevare la questione agitatasi calorosamente tra i dotti sulla interpretazione di quell’abbreviatura sex, parendomi d’accettare quella che mostrasi più razionale, cioè, di sexsaginta, non sex, perocchè basti l’avvertire quel che Cicerone ebbe a dire essere, cioè, più difficile venir nominato decurione in Pompei che senatore in Roma, per respingere senz’altra discussione l’assurda pretesa di coloro che avrebbero voluto leggere in questa iscrizione l’aggiunzione gratuita di Numerio Popidio Celsino all’ordine dei decurioni nell’età di anni sei, non già in quella d’anni sessanta. Come avrebbe l’infante di sei anni potuto disporre di tanta liberalità, s’anco si volesse supporre che la massima delle dignità si fosse voluto conferire ad un fanciullo?

Piuttosto noterò e in questa e nelle altre iscrizioni che pur riferirò nella descrizione di questo tempio, come la famiglia Popidia fosse tutta benemerita del culto isiaco che si osservava in Pompei.

All’ingresso del tempio stava una cassetta per ricevere le offerte in denaro e due fonti lustrali, che si appellavano aquiminaria, su d’una delle quali l’iscrizione: Longinus Duumvir.

Esso appartiene al novero di que’ templi che si dicono ipetri, parola greca che significa scoperto, ed è assai piccolo, per la ragione che ho già superiormente addotta, della costumanza cioè che il popolo non vi fosse ammesso, deponendo egli le sue offerte sul sacro limitare. Molto più il culto d’Iside aveva bisogno d’essere circondato da misticismo e segreto, per meglio accreditarne i misteri. Infatti sotto il podio su cui posava il simulacro della Dea, ancor di presente si vede una fornice od angusta cameretta cui si accede per una dissimulata scaletta, dalla quale non visti i sacerdoti dalla vuota statua emettevano responsi, accreditandone autrice la Dea: esempio strettamente imitato da certi cattivi ministri dell’altare fino a’ nostri giorni nel far muovere gli occhi o nel farli piangere di madonne e di crocifissi.

Lungo i lati esterni del tempio corrono otto colonne di stucco per ogni parte e sei si accampano di fronte e sono d’ordine dorico, senza base e dell’altezza di nove piedi e mezzo. L’edificio di materia laterizia è per altro ricoperto di un intonaco assai duro.

Il santuario, o cella, come si soleva denominare, che non è che un tempietto quadrato nel fondo dell’edificio, aveva due nicchie per parte, mentre nel prospetto sorgevano due are fiancheggiate da due podii, su cui si rinvennero due tavole isiache, di cui una affatto intera con caratteri geroglifici, come sogliono osservarsi nel rovescio delle statuette d’Iside e de’ Pastofori nei musei, giusta l’osservazione che ne fa il Romanelli.

Due are erano ai lati, una per ardervi le vittime, l’altra per accogliervi le ceneri, che allo scoprirsi del tempio vennero ancora vedute. Altre are minori appoggiate alle colonne servivano per ardervi timiami ed incensi di continuo per aggiungere reverenza al luogo.

Presso all’ara sinistra vedesi un’altra cameretta con sotterranea scala e deve essere stata destinata alle lustrazioni, o purificazioni volute dal rito, a cagione del lavacro che nel fondo si osserva. Bassorilievi di stucco ne decorano le pareti e in una nicchia è dipinto un Arpocrate che, il dito sulla bocca, intima silenzio. Una statua d’Iside in terra cotta ed una d’Anubi colla testa canina, ch’eran pur qui, andarono ad arricchire in un colle altre immense preziosità scoperte il Museo Nazionale. Quella d’Iside dorata aveva nel suo piedistallo questa iscrizione: