Nel santuario v’eran nicchie pei simulacri della famiglia imperiale, di cui non vennero occupate che due, l’uno a Livia, ed era di buono scalpello, l’altro a Druso, morto in Pompei, come già a suo luogo ho mentovato.
Al sinistro lato vi è un sacello e grandi are di marmo. Per alcuni pezzi di musicali istromenti rinvenuti, si corse a pensare da taluni che quivi potesse essere stata una orchestra, altri invece immaginarono poter essere un semplice ripostiglio di istromenti.
Molte pitture si trovarono su tutte le pareti del tempio; ricorderò le principali: Etra che scopre a Teseo la spada nascosta da Egeo sotto di un masso; Ulisse e Penelope; Io ed Epaso cui narra le proprie avventure; Latona, Apollo e Diana; una suonatrice di lira; una Baccante; l’offerta a Cerere delle sacerdotesse; Romolo e Remo allattati dalla Lupa e per ultimo, sulla porta dell’ingresso principale, Augusto seduto su d’un fascio d’armi coronato dalla Vittoria e il naviglio che ricorda la battaglia navale d’Azio. Se non l’ho detto altrove, sappia il lettore che pressochè tutte codeste dipinture, come le altre scoperte in Pompei, vennero dal disegno riprodotte nell’opera Il Museo Borbonico e in altre parecchie colle relative dichiarazioni storiche ed artistiche.
A fianco della minor porta fu trovata una cassetta colla sua serratura, nella quale stavano 1036 monete di bronzo e 41 d’argento, prodotte per avventura dalla vendita delle carni vittimate, un bell’anello con pietra incisa ed un altro d’argento. Verso la porta maggiore si raccolsero altre 93 monete di bronzo. Frammenti di vetro che avevan servito alle finestre erano giacenti per terra, documenti non insignificanti per chi vuol l’introduzione del vetro d’assai posteriore.
Tempio di Ercole o di Nettuno.
Una reliquia della più antica arte greca offre Pompei nel mezzo del Foro Triangolare ne’ pochi resti di un tempio, che per la sua vetustà, per le favolose origini, ne’ capitoli della storia da me recate, non che per la prossimità del bidental, di cui dirò fra breve, con tal quale fondamento venne ritenuto sacro ad Ercole, come reputo pur io doversi ritenere a questo semidio; ma il dotto Gau, per la situazione di esso vicina al mare, che domina dalla sua altura, sentenziò invece consacrato a Nettuno. In molte Guide e in libri che trattano delle pompejane antichità, senza entrare in tante congetture e archeologiche disquisizioni, venne questo vetustissimo monumento designato del resto benanco col semplice nome di tempio greco. Avverto ciò, onde il lettore che consultando quegli scritti, raffrontandoli col mio, non vi trovando detto del tempio greco, credesse farmene un appunto.
V’ha qualcuno che ne fa rimontare l’edificazione nientemeno che all’ottavo secolo avanti l’era volgare; lo che se fosse constatato, proverebbe avere Pompei esistito qualche secolo prima di Roma. Certo è che tale edificio si chiarisce infatti anteriore d’assai ai monumenti romani. Esso venne scoperto nel 1786.
I pochi avanzi che si hanno attestano da un lato la purezza de’ principj dell’arte che v’ha presieduto, e dall’altro che già dovesse essere in istato di deperimento e rovina assai prima che il Vesuvio lo seppellisse sotto i proprj furori.
«Il suo piano, scrive Bréton, — che in fatto d’architettura specialmente è utilissimo consultare nell’opera sua Pompeja, già da me più volte invocata ad autorità, — era intieramente conforme a quello de’ templi greci, e lo stile di qualche frammento della sua architettura non permette di dubitare che questo monumento non sia stato uno de’ primi costruiti dalla colonia greca che fondò Pompei. Questo tempio era ottastilo e periptero: i quattro capitelli dorici che si rinvennero sono pressochè in tutto simili a quelli dei templi di Selinunte e Pesto e scolpiti nella pietra calcare formata dal deposito delle acque del Sarno»[228].
Si innalza esso su di un basamento costituito da cinque gradini o piuttosto scaglioni, perchè su d’essi nel mezzo dell’asse della facciata era costruita una gradinata più praticabile e comoda. Nel centro dello stilobato eravi il pronao, per il quale si entrava nella cella o santuario. Nel mezzo di esso sussiste un piedistallo rotondo che aveva servito alla statua della divinità alla quale il tempio era consacrato.