Se non che le botteghe o tabernæ, come si dicevano allora, non saranno state a Pompei, come a Roma, nè povere baracche di sconnesse tavole, nè indecentemente adossate alle muraglie delle case. L’angustia, che abbiam già veduto delle vie pompejane, vietava che tale costumanza si introducesse nella città: perocchè dove ciò fosse avvenuto, sarebbesi resa assolutamente impossibile la circolazione. D’altronde i rialzi che costeggiavano le vie si opponevano a ciò. Le tabernæ adunque erano in Pompei come le botteghe delle moderne città, facenti parte delle case ai piani terreni, che si aprivano sull’esterno delle case. Avevano esse pure le loro indicazioni di vendita, e le loro insegne esteriori, e suppergiù vi si spacciavano quelle merci che già conosciamo vi si vendessero nelle botteghe di Roma.

Venga ora meco il lettore a visitarle.

Percorrendo le vie lungo le quali erano aperte, e che or si veggono vuote, conservando appena da un lato dell’ingresso que’ banchi di pietra o di materia laterizia, che servivano o per esporvi la merce, o per contarvi i denari che vi si esigevano, veggonsi in più d’una ai lati le scanalature per entro alle quali scorrevano le porte che chiudevano le botteghe, e pure a’ fianchi di codeste o superiormente alle medesime, ravvisasi qualche scultura o pittura, che serviva d’insegna spesso allusiva alla qualità di merce che nella bottega si spacciava. Così su di una vedesi una capra in terra cotta, che vi dice che là vi si vendesse il latte; su di un’altra una pittura rappresenta due uomini, l’un de’ quali cammina davanti l’altro sorreggendo ciascuno l’estremità di un bastone nel mezzo del quale pende sospesa un’anfora, a significare ch’ivi era un œnopolium o vendita di vino; altrove era dipinto un mulino girato da un asino, che annuncia il magazzeno del mugnajo; e su d’altre botteghe scorgesi ancora l’avanzo di qualche emblema, come uno scacchiere, un’àncora, un naviglio. Già ho ricordato altrove il dipinto, onde era ornata la bottega presso alle Terme, rappresentante un combattimento di gladiatori, ed ho riferita l’iscrizione che a tutela della medesima vi si era graffita sotto: Abiat Venerem Pompejanam iradam qui hoc læserit; e così presso la bottega di panattiere, o pistrinum, leggesi quest’altra iscrizione: Hic habitat felicitas[269], la quale, se non accenna alla natura del commercio che vi si esercitava, vi attesta almeno che la famiglia che la conduceva, paga di sè stessa, potevasi proclamare felice. Tre pitture, ora affatto scomparse, in tre distinte botteghe, raffiguravano un sagrificatore conducente un toro all’altare su d’una; su di un’altra una gran cassa da cui pendevano diversi vasi, e sulla terza un corpo lavato, unto e imbalsamato, che indicava forse un unguentario, al quale pure incumbeva la preparazione de’ cadaveri, giusta l’uso che vedremo nell’ultimo capitolo di quest’opera.

Altre insegne vedremo al loro posto toccando delle varie botteghe, che più specialmente chiameranno la nostra attenzione, e delle quali anzi il Beulé si valse per uno studio complementario, che intitolò appunto Le commerce d’après les peintures nella sua opera uscita in questi giorni in Francia, dal titolo Le Drame du Vésuve[270].

Ma prima di tutto, nel trattar del commercio bottegajo, intrattener debbo il lettore degli alberghi e popinæ. Hospitia dicevansi con vocabolo generale quando fornivano al viaggiatore o forastiero comodità di cibo o d’alloggio, e con esso li troviamo designati in Cicerone e in Tito Livio[271] e da un esempio in Pompei stessa, che riferirò più sotto. Popina chiamavasi la taverna, rosticceria od osteria, in cui erano venduti cibi cucinati: lo stesso Cicerone e Plauto vi fanno cenno[272]. Il più spesso l’hospitium era simultaneamente una popina: questa invece non implicava l’idea di albergo.

Ho, nel Capitolo quarto di quest’opera, favellato già alcun poco dei due publici alberghi, l’uno detto di Albino e l’altro di Giulio Polibio e Agato Vajo di Pompei. Ho creduto argomentare come il primo dovesse aver servito a stazione di posta, e che il secondo non avesse dovuto servire che all’uso de’ mulattieri e carrettieri, ciò desumendo dalla natura de’ locali e degli attrezzi e altri oggetti rinvenuti. Diciamone ora, poichè meglio ne cada in taglio il discorso, qualche cosa di più.

L’albergo e popina di Albino è la prima casa che si presenti a destra entrando nel Corso principale dal sobborgo o Via delle Tombe. La porta è larga undici piedi e mezzo, è atta al passaggio de’ carri, essendone piana la soglia d’ingresso ed a livello della strada publica. Da essa si passa in alcune vaste camere, ove per avventura collocavansi le merci. Sonvi de’ focolari con sottoposti ripostigli per le legna; dei banchi laterizi per la distribuzion delle vivande: due botteghe per vendita d’acque calde e liquori, comunicanti fra loro, con fornelli ed altri accessori per la cucinatura delle vivande e per il riscaldamento delle pozioni, non che alcune camere per ricettar avventori. In un secondo cortile si scende in un sotterraneo, il più spazioso e meglio conservato in tutta Pompei, di centocinque piedi di lunghezza, di dieci e mezzo di larghezza e di tredici di altezza[273]. Corre parallelo alla strada e viene illuminato da tre finestre: vi si ritrovarono molte ossa di diversi animali: forse vi si gettava l’immondezza e forse poteva essere anche ad uso di stalla. Il nome del proprietario era dipinto in nero davanti alla porta, e nella sommità del limitare stava scolpito in un mattone un gran segno itifallico, che ho già altrove spiegato essersi usato collocare dagli antichi, non a indizio di luogo di prostituzione, come taluno può correre facilmente a pensare, ma per cacciar la jettatura, come direbbesi ora a Napoli, o contro il fascino o malocchio, come dicevasi allora. Ne’ marciapiedi, che circondavano le botteghe laterali dell’albergo, vi sono de’ buchi obliqui, che avran servito, come è generale opinione degli scrittori, per attaccar le bestie da soma. Due scheletri di cavallo colle loro testiere e briglie furono ritrovati negli scavi di questo albergo.

Quantunque l’altro albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo fosse frequentato da’ mulattieri, come lo fa presumere l’iscrizione che ho già riferita nel summentovato Capitolo Quarto; tuttavia gli scavi offersero alcun che di interessante in esso. Avanzi d’iscrizioni sopra l’intonaco de’ muri esterni vi apparivano già cancellate. Annunziavano esse combattimenti gladiatorj e cacce nell’Anfiteatro ed indicavano più nomi proprj. I poggi delle botteghe annesse a quest’albergo erano assai eleganti, rivestiti al di fuori di marmi: avevano più fornelli, in uno de’ quali si trovò un cácabo, o stoviglia di bronzo col suo coperchio. Nel davanti erano ornati di due medaglioni con cornici di legno che rappresentavano due teste di donne in rilievo. Nell’angolo del poggio o banco era attaccata al muro una piccola statua di terra cotta coperta di una vernice verde, del genere degli amuleti, la quale ora si conserva nel Museo di Napoli. Ivi si trovò pure altro amuleto di bronzo, che sosteneva dei campanelli sospesi a catenelle di bronzo.

Un terzo albergo era quello di Sittio, detto anche dell’Elefante, dall’iscrizione che vi si leggeva così espressa:

SITTIVS RESTITVIT ELEPHANTVM[274]