Bibitur, estur, quasi in popina haud secus[267],

Thermopolia erano le taverne dove si vendevano bevande calde; caupona dicevasi l’albergo, o piuttosto la bottega dove si vendeva a bere ed a mangiare, l’odierno trattore, e caupo denominavasi il conduttore. La Caupona serviva anche di alloggio e tavola a’ forestieri: nelle grandi città equivaleva solo alle odierne taverne od osterie, canove, mescite e birrerie ed œnopolia chiamavansi. Lo stesso poeta che già citai, Plauto, ne trasmise la notizia che agli œnopolia traesse il vicinato a provvedere il vino necessario all’uso giornaliero, in quel passo dell’Asinaria:

Quom a pistore panem petimus, vinum ex œnopolio,

Si œs habent dant mercem[268].

Œnophores quindi appellavansi gli schiavi destinati a portare l’œnophorum o cesta a mano per mettervi gli urcei, ampolle o fiaschi di vino che s’andava a comprare ai venditori summentovati.

Venendo fra poco a dire delle Tabernæ, o botteghe scoperte in Pompei, vi troveremo altre denominazioni ed altre industrie.

Nè mancavano a Roma antica i mercanti ambulanti, come li abbiamo oggidì, che gridavano e vendevano le loro derrate per via; e Marziale pur ricorda venditori di zolfanelli, che scambiano la loro merce contro frammenti di vetro rotto; mercanti di minuti cibi, che spacciano alla folla; cerretani che mostrano vipere e serpenti, vantandone i pregi e le abilità, nè più nè meno insomma di quel che veggiamo e udiamo far oggidì per le nostre piazze.

Venendo ora a ricercare se le medesime condizioni commerciali fossero in Pompei e se l’industria e i mercanti al minuto vi esistessero eguali, poco mi resta a dire, per provare come pur eguale vi fosse la baraonda, perocchè già sappia il lettore, per quel che se ne è detto, che in quanto al grande commercio e al marittimo, vi si notasse una tale attività, da indurre perfino i molti a ritenere fra le etimologie del suo nome quella di emporio, quasi appunto fosse Pompei un ridotto di merci e di commercianti. L’essere in riva al mare e in quella costa meridionale che è più aperta alle negoziazioni degli stranieri, le relazioni create dalla omogeneità delle razze fra la sua popolazione e le popolazioni greche, da cui forse derivava, dovevano mantenervi animato il commercio marittimo. La speciale condizione sua d’avere inoltre il Sarno, siccome già sappiamo, di non dubbia importanza, che comunicava col mare, e che allora era così grosso da permettere la navigazione, se ben dissero gli scrittori, vi creavano eziandio un forte movimento commerciale interno, comunicando così con città vicine da cui ricevevano e cui trasmettevano mercanzie. L’importanza delle cose rinvenute negli scavi, la ricchezza e valore delle pitture, delle statue, de’ musaici, della quantità degli ori e delle gemme provano che molto si faceva arrivare dall’estero; come del resto si argomenta dai canti de’ poeti e dalle pagine degli storici, che da queste sponde partissero i vini, le granaglie, le frutta, gli olj, di cui è fornitore larghissimo il territorio.

I suoi abitatori poi, che sappiamo in buona parte agiati e ricchi, come rilevasi e dalla entità de’ monumenti e da quanto si è trovato nelle loro case, oltre i tanti facoltosi che da Roma traevano a villeggiarvi, dovevano necessariamente richiedere assai animato anche il piccolo commercio, e se già si è in grado di parlare di parecchie tabernæ, perchè si scavarono e se ne riconobbe l’uso, queste essendo nella parte più distinta della città, perchè verso la marina; è dato argomentare che nella parte superiore e non ancora esumata ve ne fossero assai di più, in numero, cioè, da soddisfare ai bisogni tutti della sua popolazione.

Anche Pompei aveva il suo Foro nundinario o venale, e il lettore se ne rammenta, chè di esso ho parlato nel Capitolo intorno ai Fori. Colà, come a Roma, sarà stato il mercato ove recavansi dagli abitanti delle campagne circostanti le derrate; colà saran venuti a scambiare le loro derrate colle merci cittadine. Ivi pure avranno i contadini pagato il portorium e ivi gli edili pompejani avranno esercitata la loro vigilanza sui pesi e sulle misure, non che sulla bontà delle derrate e, se cattive, gittate al mare non di molto discosto.