PSEUDOLUS

Quid, si opus sit, ut dulce promat indidem ecquid habet?

CHARIN

Rogas?

Murrhinam, passum, defrutum mellinam, mel cujusmodi.

Quin in corde instruere quondam cœpit thermopolium[277].

Pur tuttavia v’erano molti e speciali termopoli. Sul corso principale evvi quello di Perennio, o Perennino, Ninferoide, così interpretandosi la cancellata epigrafe PERENIN NIMPHEROIS. Vi si osserva ancora il fornello, il davanzale di marmo bianco, in cui riscontransi le impronte lasciate dalle tazze colme di liquori, e una nicchia, contenente una testa di fanciullo in marmo, e alcuni gradini su cui disponevansi le tazze. Quivi pur si trovò un phallus di bronzo con campanelle, vasi di terra d’ogni forma e una lampa e varj oggetti di vetro colorato.

Vicino al Ponderarium, che già conosciamo, per averne trattato nel Capitolo Quarto, sonvi due altre tabernæ, ch’erano egualmente termopolii, o mescite di bevande calde, e vogliono essere ricordati per esservisi trovati una cassa col coperchio di rame, uno scheletro umano e due d’animali.

E così da codesti venditorj di vino e di bevande calde, di liquori e di commestibili, da quelli soltanto, cioè, che già si sono scoperti, vuolsi a ragione inferire che ne dovessero in Pompei sussistere in quantità; perocchè nel restante della città ancor sepolta abitasse, come sappiamo, la parte più povera della popolazione, e la quale più di tali vendite e mescite dovesse necessariamente abbisognare, da che la classe meglio provveduta avesse modo di prepararsi nella propria casa di cosiffatte bevande.

E poichè sono a dire delle taberne e commestibili, parmi vi possa star presso il discorso de’ pistrini o delle taberne da panattiere, o pistores od anche siliginari, come venivano chiamati, esprimendo il primo nome piuttosto l’operazione del macinare, il secondo invece quella dell’impasto, da seligo, latinamente detta farina di frumento.