Pistrinum era dunque dapprima presso i Romani il luogo in cui veniva il frumento ridotto in farina. Usavasi a ciò un profondo mortajo detto pila, e d’un grande e forte stromento che ve lo pestava e stritolava dentro chiamato pilum, che per la sua grandezza adoperavasi a due mani, a differenza dei pistillum, il nostro pestello, a testa grossa, con cui si polverizzavano o impastavano nel mortarium altre sostanze, come droghe e pasticci. Più tardi, quando si pensò a sostituire altro stromento che stritolasse maggior quantità di grano e si inventò la macina, mola manuaria o trusatilis, o mulino a mano, pistrinum valse ancora a designare il mulino, che veniva messo in movimento continuo, di giorno e di notte, o da schiavi o da bestie da soma, cui si bendavan gli occhi, o da acqua[278]: nec die tantum, verum perpeti etiam nocte prorsus instabili machinarum vertigine membrabant pervigilem farinam[279], come disse Apulejo.
Ne venne così che il pistrinum si usasse comunemente per luogo di punizione degli schiavi rei d’alcuna colpa, che vi venivano condannati a subire un periodo di prigionia con lavoro forzato, lo che era una ben miserevole pena per quegli sventurati pareggiati alle bestie.
Di questi pistrini se ne trovarono parecchi in Pompei, onde è dato fornirne ora la più esatta descrizione.
Tutti appajono costruiti d’un solo sistema, consistente, cioè, in due grosse pietre tagliate ora in forma di due vasi o campane, l’una arrovesciata sull’altra, che posa su d’una base, che è l’altra pietra, ed ora in forma di colonna che vien mano mano incavandosi o riducendosi a’ fianchi, pur posata sulla egual base cilindrica di un metro e mezzo di diametro ed uno in altezza. Da essa sorge uno sporto conico alto circa sessanta centimetri, che forma la macina inferiore, meta, ed ha un pernio di ferro infisso nel vertice. La pietra esterna, catillus, è fatta in forma di due vasi, come dissi, ed anche di oriuolo a polvere, clessydra, siffattamente, che una metà di esso si adatti come un berretto sopra la superficie conica della pietra inferiore, ricevendo il pernio summenzionato in un buco, forato a posta nel centro della sua parte più stretta tra i due coni vuoti, che serviva al doppio fine di tenerla fissa al suo posto e di scemare od eguagliare l’attrito. Il grano era quindi versato nella coppa vuota in cima, che così serviva di tramoggia e scendeva a mano a mano per quattro buchi forati nel suo fondo, sul solido cono di sotto; dov’era macinato in farina tra la superficie interna ed esterna del cono e del suo berretto, vie via che questo era fatto girare attorno dagli schiavi che lo movevano coll’ajuto d’una stanga di legno infissa in ciascuno de’ suoi fianchi. La farina cadeva dall’estremo orlo in un canale tagliato tutto intorno alla base per riceverla.
È a questo sistema ed alla miseria che vi pativano gli schiavi, che si condannavano a metterlo in movimento marcati in fronte d’una lettera infame, rasati da una parte i capelli e con un anello al piede[280], che Plauto allude in questi versi:
LIBANUS
Num me illuc ducis ubi lapis lapidem terit?
DEMÆNETUS
Quid istuc est? aut ubi est istuc terrarum loci?
LIBANUS