Ubi fient homines, qui polentam pransitant[281].
E il povero Plauto se l’intendeva, o piuttosto la fortuna doveva farlo passare per queste dolorosissime prove, poichè guadagnato colle sue produzioni al teatro un bel gruzzolo di denaro, avventuratolo poscia in ispeculazioni, da cui poeti e letterati debbono sempre star lontani, e quelle fallite, fu ridotto per campare la vita a girar macine da mugnajo. Plautus fuit pistor, scrisse lo Scaligero, cum trusatiles molas versando operam locasset. Quia vero pistura illa et labor grana conterendi omnium gravissimus erat, factum ut Pistrinum locus plenus fatigationis et negotii operosi viresque conficientis diceretur[282]. Terenzio e Cleanto vuolsi abbiano fatto altrettanto, quantunque fossero costoro lontani dai tempi e dai costumi, nei quali, sulla fede di Plutarco, Talete, essendo nell’isola di Lesbo, avesse udito una schiava straniera, girando una mola cantare: «Macina, o mulino, macina, poichè Pittaco, Re della gran Mitilene, si reca pur a piacere di volgere la mola[283].»
Apprendiamo poi, a questo proposito, da Catone come Pompei fosse rinomata per le sue mole, per le quali usufruttava del tufo vulcanico di che abbonda tutto il suo suolo così vicino al Vesuvio, e costituiva la fabbricazione e vendita di esse un ramo non indifferente del suo commercio.
Veniamo ora a parlare delle particolarità dei singoli pistrini che si scopersero.
Nella casa detta di Sallustio in Pompei si scoprì un Pistrino, che si locava dal proprietario a tale publico uso, e dove la costruzione del forno per la cottura del pane parve de’ nostri tempi, tanto si accosta alla odierna maniera. Il lavoro della volta è in guisa che con poco combustibile si dovesse riscaldare. Aveva nella bocca un coperchio di ferro, e presso stavano vasi per contener acqua. Vi si trovarono tre macine, come quelle testè descritte. Annessa era la camera per impastare il pane, col focolare per l’acqua calda, ed ivi si trovarono altresì l’anfora colla farina e parecchi acervi di grano.
Nel forno publico della Casa di Modesto, così designata dal nome MODESTUM, dipinto in rosso sul muro e dove si rinvenne una quantità di pani della più perfetta conservazione, deposti parte nel Museo di Napoli e parte in quel di Pompei, il forno si presentò più solido e più ingegnoso ancora. Vi si vede la camera o stufa in cui manipolavasi il pane; un’altra ove ponevasi a fermentare su tavole disposte l’una sull’altra lungo il muro, e quindi una terza ove riponevasi già cotto. Presso era la stalla degli asini che giravano le mole, secondo il metodo più usitato. In questo pistrino si trovarono quattro macine un po’ più basse delle consuete d’altrove, formate da un cono concavo che si volge su di un altro convesso, anfore di grano e farina, e sul muro del Pistrino, vedesi un dipinto che esprimeva un sagrificio alla Dea Fornace e diversi uccelli. È forse la panatteria migliore che si scoperse finora.
Un altro forno publico è nel lato sinistro della casa di Fortunata presso quella di Pansa, con tre mulini, sull’un dei quali leggesi Sex. Sulla bocca del forno vi era un phallus colorito in rosso ed al di sopra scritta la leggenda HIC HABITAT FELICITAS, novella prova che l’emblema non fosse unicamente a segno di mal costume, ma piuttosto a felice augurio ed a scongiuro di disgrazia, come già ebbi il destro di sostenere. Nella bottega attigua di panatteria esisteva una pittura rappresentante un serpente, simbolo di una divinità custode, e rimpetto una croce latina in basso rilievo. Sarebbe questo segno un indizio del sospetto da me già espresso che la religione di Cristo fosse già penetrata in Pompei? Faccio voti che i futuri scavi abbiano ad offerire maggiori dati, che il sospetto e l’induzione abbiano a mutare in certezza assoluta.
Sull’angolo della via del Panatico, un’altra panatteria ha un gran forno con quattro mulini. Su due d’essi leggonsi le parole SEX e SOHAL in caratteri rossi e sopra il forno vedevasi una figura rappresentante evidentemente un magistrato che distribuiva pane al popolo.
Nella viottola della Fontana del Bue, si è pure trovato un pistrino con tre macine, un gran forno a corrente d’aria e delle madie foderate di piombo.
D’un’ultima panatteria terrò conto, scoperta nel 1868 ed appartenente a Paquio Proculo, al quale apparteneva pure la casa. Essa è nella Via Stabiana (Regione VII, Isola II). Il chiarissimo Minervini lesse dipinta sulla parete sinistra della casa la seguente epigrafe, che oggi è frammentata per la caduta dell’intonaco: