PROCVLE . FRONTONI
TVO . OFFICIVM . COMMODA
Questa raccomandazione, scrive il dotto signor G. De Petra, illustrando nel Giornale degli Scavi la casa e il pistrino di P. Paquio Proculo[284], così per la sua forma, come pel luogo dov’è scritta, mi pare indubitato che Frontone la rivolgesse al padrone della casa, il quale perciò doveva chiamarsi Proculo. Con tal cognome occorrono più di frequente nei programmi pompejani due persone, P. Paquio Proculo e Q. Postumio Proculo; ma considerando che in una colonna dell’atrio è graffito il nome di Pacuia, la figlia di Paquio, rimane provato che col nome di questo debba intitolarsi la casa. Donde si fa ancora probabile che l’altra raccomandazione elettorale publicata dal ch. Fiorelli (Giornale degli Scavi, 1862, p. 47, n. 4): Sabinum aed (ilem) Procule fac, et ille te facient, fosse indirizzata allo stesso P. Paquio, che pare sia stato un uomo assai influente e popolare. Diffatti il ch. Garrucci (Bull. arch. Nap., n. 5, tom. II, p. 52) fece nota questa epigrafe che sinora non trova riscontro di sorta fra le reminiscenze elettorali: P. Paquium Proculum ii. Vir. i. d. d. r. p. universi Pompejani fecerunt; nondimeno chi era questo Proculo, che i Pompeiani unanimi sollevarono alla somma dignità di duumviro giusdicente? Niente altro, come si vedrà, che un panattiere! Il qual fatto ci autorizza a conchiudere, che in Pompei le magistrature municipali non eran monopolio dei soli ricchi, e che questi conoscevano di buona voglia (universi fecerunt) la convenienza di farvi partecipare anche i più autorevoli e migliori cittadini di condizione plebea. — Lezione buona pei nostri tempi, in cui le elezioni amministrative e politiche sembrano infeudate all’aristocrazia del sangue e del denaro: colpa precipua del popolo stesso che si ostina, a parole, a gridar contro i ricchi e gli uomini di grande autorità, ma in fatto è poi sempre lo stesso peccatore, che religiosamente serba il suo stolido feticismo per chi tiene di classe a sè superiore; salvo a ricominciare di poi le sue maledizioni contro gli eletti proprj, che ignari de’ suoi bisogni, fanno leggi a sproposito e a detrimento.
Anche all’ingresso della viottola della Fontana del Bue, sulla muraglia a sinistra, una bella e ben conservata pittura di simboliche serpi è sormontata, oltre che da un piccolo larario, anche da varie iscrizioni, parte in oggi cancellate dalla rovina, fra le quali leggesi la seguente, che ognor più avvalora e l’influenza e la ricchezza di questo importantissimo panattiere in Pompei:
P. PAQVIVM PROCVLVM
II VIR . I . D . THALAMVS CLIENS[285].
Io non mi divagherò a descrivere la casa di questo P. Paquio Proculo, che qui l’argomento ne sarebbe spostato: verrò invece difilato al pistrino che vi è in essa, e che è nel lato destro. Vi si riconosce la camera del panificium, e ciò si argomenta, scrive il De Petra, dai cinque podii di fabbrica per sostegno di tre tavoloni di legno su cui rimaneggiavasi la pasta, da varii recipienti per conservar l’acqua, quali sono una vaschetta quadra fabbricata, un gran dolio sepolto a metà nel suolo e un’anfora murata in uno de’ poggiuoli, infine dalle traccie degli assi di legno che sostenevano le tavole su cui disponevansi i pani. Una porta priva di soglia dava il passaggio da questo luogo a quello dov’è il forno; ma tra l’una e l’altra stanza, per uno scopo limitato, cioè per la sola cottura del pane, v’era una comunicazione anche più diretta e sollecita. Si notarono tre molæ per isfarinare il grano, avendo una di esse la base ricoperta da una lamina di piombo, la meta di una quarta mola senza il catillus e la base circolare per una quinta; due serbatoj d’acqua fabbricati, un pozzo con coperchio, un piccolo dolio contenente calce e tre poggiuoli.
Il dipinto larario solito a incontrarsi nei pistrini, non è mancato in questo, ma sventuratamente tornò a luce poco conservato. Sotto un verdeggiante festone è la Dea Vesta ammantata con lo scettro nella sinistra e il dritto braccio proteso sopra un focus. Dietro a Vesta è l’asino, l’animale, come dissi, usato più spesso a girar le macine; rimpetto alla Dea v’è un giovane in piedi che nella sinistra ha la cornucopia, e stende la diritta sull’ara.
A sinistra del forno v’è un ampio locale in cui probabilmente si conservavano saccula di grano o di farina.
Di questo P. Paquio Proculo e di sua moglie, nel tablinum della loro casa, si rinvenne il ritratto dipinto sulle pareti gialle. Cedo la penna all’egregio De Petra. «Questo dipinto, offre la volgare fisonomia di Paquio, che ammantato dalla bianca toga magistrale, stringe nella destra un volume col rispettivo titolo di colore rosso. Gli è a fianco la sua donna, cui pendono sulla fronte i ricciolini sfuggiti alla fascetta che le stringe i capelli; ha pendenti di perle alle orecchie, e rossa la veste; avvicina alle labbre la punta dello stilo che tiene nella dritta ed ha i pugillari aperti nella sinistra[286]. Donde si può inferire, che l’anzidetta positura sia stata convenzionale nei ritratti, poichè l’atteggiarsi dell’uomo e della donna trovasi ripetuto esattamente in due scudetti publicati nelle Pitture d’Ercolano (tom. III, tav. 45) e in quegli altri due che ornano il tablino d’una casa nella Regione Settima, isola 10, propriamente quella che vien dopo la casa del Balcone Pensile. Oltrecchè l’atteggiamento della donna si confronta con la scrittrice dipinta nell’atrio della casa di Popidio Prisco (Reg. VII, Is. 11, n. 20) e con un’altra delle Pitture d’Erc. (t. III, tav. 46)[287]. Quale simbolo dell’amor conjugale di P. Paquio e sua moglie, vedevasi al di sopra dei loro ritratti un grazioso ed importante quadretto, ora nel Museo, rappresentante Amore e Psiche teneramente abbracciati. Il bacio e l’amplesso di essi, ovvio in tanti altri monumenti, è ritratto in questa pittura pompejana in una movenza nuova, sebbene non molto diversa delle altre conosciute.»
Nella Via degli Augustali, come dipendenza della Casa detta dei Capitelli figurati, aprivasi poi una taberna da pasticciere, pistor dulciarius, il quale, come ne fa sapere Apulejo, panes et mellita concinnabat eduleia. Vi si videro parecchi mulinetti, pistrillæ, che un sol uomo bastava a girare; ma destò la speciale attenzione il forno, dalla forma del quale direbbesi a riverbero, costituendosi di due cavità sovrapposte, accendendosi il fuoco nella cavità inferiore da cui il calore ascendeva per un’apertura, nella cavità superiore, ove si deponevano a cuocer le pasticcerie. Due pasticcetti si trovarono negli scavi e si conservano nel Museo di Napoli.
Toccato de’ pistrini, vediamo ora le altre botteghe e spacci pompejani di merci attinenti i cibi e gli alimenti.