Una taberna o venditorio d’olio si scoprì nel 1852 nella via di Stabia, quasi all’angolo della viottola della Fontana del Bue. Il podio o banco della bottega era di marmo cipollino e grigio antico, con in mezzo dello specchio davanti un medaglione di porfido verde e due bei rosoni. Su di esso vi erano incastrate otto belle ed ampie scodelle in terra cotta. Nell’interno si ritrovò un pozzo, un fornello e l’ingresso del ripostiglio dell’olio. La quantità degli ulivi che si coltivavano nell’agro campano doveva necessariamente far luogo ad una produzione assai abbondante di olio. Anche gli scavi hanno offerte conserve nell’olio di grosse ulive, che dovevano probabilmente aversi dalle famiglie pompejane fra le consuete ghiottornie.
Presso la casa di Cornelio Rufo e quella di Messinio nella Via di Stabia evvi una casetta, che l’illustre Fioretti, seguendo le indicazioni di Pompeo Festo e di Varrone, qualifica per un Ganeum, o Ganea, specialmente per avervi vedute pitture ed iscrizioni licenziose[288]. Era la Ganea o il Ganeum, come meglio piaccia al lettore di appellarlo, secondo essi, un ritrovo nascosto di meretrici, le camere da letto delle quali erano a pian terreno, come i cenacoli nella parte superiore delle case, ed io ne toccherò poi nel capitolo del Lupanare; ma Bréton, nella sua Pompeja, avendo constatato nell’area del peristilio sette grandi coppe, o giare, misure di capacità pei liquidi, e sette dolii coi loro coperchi, senza manichi, fu indotto a credere che questa casa potesse essere al contrario un magazzeno d’olio. Si sono poi trovati negli scavi dei particolari mulini che si sono creduti atti alla macinazione dei grani oleosi: l’uno fu rinvenuto nelle vicinanze del Foro Triangolare o Nundinario.
Prima di entrare nel Foro Civile, sulla diritta, stava la taberna di un venditore di latte. L’insegna di essa è in terra cotta e rappresenta una capra. Sotto di essa vi si lesse questa iscrizione in caratteri rossi, all’epoca del suo sterramento, ma che ora non si distinguono più.
M. CASELLIVM AED. DIF. FAC.
FIDELIS...
Nel podio di materia di fabbrica, come d’uso nelle taberne di liquidi, v’erano incassati dei vasi.
Nell’isola intorno al Tempio d’Augusto si constatarono diverse botteghe di commestibili. Una di venditori di pesci salati, forse ciò argomentandosi dai pesci che si videro dipinti sulle pareti, della natura di quelli che si vendono nella salamoja, e già sappiamo che Pompei era nota e famosa pel suo garo che sapeva preparare e del quale ho già intrattenuto il lettore sulla fine del Capitolo Quinto. Un’altra di fruttivendolo, nè in questa si errò di certo, poichè vi si accogliessero fichi secchi in abbondanza, uva passa, susine, frutta in vasi di vetro, lenti, semi di canape; oltre una ciambella, vari frammenti di pasta e di pane, molto denaro, una staderina e varie bilancie. I fruttivendoli in Pompei dovevano essere di molti, così essendo lecito di pensare dalla iscrizione che fu letta sul pilastro che separa la Fullonica, di cui dirò qui appresso, dalla Casa della gran Fontana, scritta, come il più spesso, in caratteri rossi e che sembra riferirsi al magistrato, del quale abbiam veduto come la statua decorasse il teatro:
M. HOLCONIVM PRISCVM II VIR. I. D.
POMARI VNIVERSI CVM HELVIO
VESTALE ROGANT[289]
I fruttivendoli pompejani si raccomandano ancora in altre due iscrizioni, che si lessero nella strada ove è l’arco di trionfo. L’una è così concepita:
IVLIVM SABINVM AEDILEM
POMARII ROGANT
e l’altra così: