Ubi sese sudor cum unguentis consociavit, illico

Itidem olent, quasi cum una multa jura confudit cocus.

Quid oleant nescias, nisi id unum, ut male olere intelligas[292].

Profumi e cosmetici assumevano il nome dal paese onde venivano: così furono celebrati l’unguento di Cipri, il balsamo di Mende, il nardo d’Achemenis, il malobutrum di Sidone, distillato in olio pei capelli, l’olio d’Arabia, quello della Siria, il mirobolano di Arabia; l’opobalsamum della Giudea, il cinnamomo dell’India, la maggiorana di Cipri, la mirra dell’Oronte e l’iride di Illiria, che Ovidio raccomanda nel suo Poemetto De Faciei medicamine, e del quale facciamo uso noi pure rinchiudendolo in seriche borse o sacchetti, che poniamo, per profumarla, per mezzo la biancheria.

Altri profumi e unguenti pigliavano il nome dal loro inventore; come la Niceroziana ricordata da Marziale, odore inventato da Nicerote, e il Foliatum, manipolato da Folia, amica di Gratidia, che Orazio stigmatizzò nelle sue Odi, coprendola delle più infami accuse e vituperi, col nome di Canidia.

V’era poi l’unguento dipelatorio, detto dropax unguentum, l’odontatrimna per i denti, le pastiglie dette diapasmata contro l’alito cattivo, e vie via molti altri unguenti che sarebbe troppo lungo l’enumerare.

Malgrado questo bisogno che si provava dell’arte e dei prodotti del profumiere e del cosmeta, questi bottegai erano nel comune disprezzo, forse perchè a questo piccolo commercio s’applicassero cortigiane e cinedi, lenoni e mezzane, quando l’età toglieva loro ogni attrattiva e possibilità di continuare nel loro infame mestiere, o mancava la clientela, e così a donna ingenua ossia nata libera, il nome solo di profumatrice e cosmeta sarebbe giustamente suonato come la più fiera ingiuria.

Nelle case de’ ricchi eravi sovente il laboratorio dell’unguentarius, a cui s’applicavano schiavi o liberti, e le cosmete e gli unguentarii valevano eziandio per le molteplici operazioni, che già conosciamo, de’ privati balinei.

La gente onesta e della buona società teneva a disonore il mostrarsi publicamente nei myropolii o taberne unguentarie, e però quando vi accedevano o sceglievano le ore prime del mattino o quelle della sera, e tiravano il lembo della toga sul volto: non così gli sfaccendati che traevano a questi luoghi, non che alle tonstrinæ o botteghe da barbiere, od a quelle de’ medici e de’ banchieri, per raccogliervi novelle e chiacchierare, come Plauto ne fa sapere quando nell’Epidico fa che Apecide dica aver cercato ovunque di Perifane:

Dii immortales, utinam conveniam domi