Periphanem! per omnem urbem quem sum defessus quærere:

Per medicinas, per tonstrinas, in gymnasia atque in foro,

Per myropolia, et lanienas, circumque argentarias

Rogitando sum raucus factus[293].

Spettava a’ profumieri l’imbalsamazion de’ cadaveri e la vendita degli aromi pei sagrifici, e nel myropolium di Pompei diffatti le insegne o pitture che vi stavano nell’ingresso ed ora scomparse, e le quali condussero a constatare od almeno a far credere essere quella una taberna unguentaria, rappresentavano l’una un sagrificatore che conduceva all’altare un toro; l’altra quattro uomini che portavano una enorme cassa, intorno alla quale stavano sospesi alcuni vasi. Superiormente poi vedevansi dipinte alcune persone intente a profumare un cadavere, prima d’essere portato al rogo.

Dal profumiere, passiamo a vedere la taberna del barbiere nella Via di Mercurio. È picciolissima: a destra vi è un podio, sopra di esso due nicchie simili a quelle che altrove servirono a larario, ma che qui più probabilmente avranno giovato per collocarvi cosmetici, vasi di profumi, pettini e novaculæ o lame di metallo molto affilate colle quali radevano i capelli della testa o i peli della barba, come i nostri rasoi. In mezzo alla bottega v’è un sedile in materia da fabbrica, dove l’avventore si sarà seduto, e in un dietro bottega sta il fornello, che avrà servito per riscaldare l’acqua. Non saprei spiegare come e perchè si trovassero in questa seconda camera gli avanzi di un mulino.

Circa questo mestiere del barbiere, tonsor, poco è a dirsi. Lo si faceva consistere nel tagliare i capelli, nel radere la barba, nel pareggiare le ugne e nello svellere i peli parassiti colle pinzette, volsellæ. I ricchi usavano a tutto ciò nella propria casa di uno schiavo o di liberto; il popolo veniva alla bottega. A radersi frequentemente la barba, si cominciò tardi in Roma, nell’anno cioè 454, della sua fondazione, alla venuta dalla Sicilia del primo barbiere: avanti di costui la si lasciava crescere generalmente. Nelle tonstrinæ, — così chiamate le botteghe di barbieri, e noi diremmo barbierie, — era assai frequente che vi esercitassero tal mestiere le donne, dette però Tonstrices; e Plauto, fedel pittore di que’ vecchi costumi, nel Truculentus, accenna appunto alla Sura barbiera:

. . . tonstricem Suram

Novisti nostram, quæ modo erga ædes habet[294].

e Marziale acerbamente morde la moglie d’un barbiere che stava presso alla Suburra, e la quale co’ suoi artificii carpiva denaro alla gente: